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Cittàmetropolitana di Torino

I senza fissa dimora della Città metropolitana in un'indagine a tutto campo. Presentata a Palazzo Cisterna una ricerca sugli homeless

Sono quasi invisibili, vivono ai margini della società e quel che li accomuna è che non hanno un tetto stabile, una casa da cui far ripartire le loro esistenze. Sono homelessness, i senza fissa dimora, quelli che comunemente vengono chiamati "barboni", ma che nella realtà sono persone con storie travagliate molte diverse, ancor più in questi ultimi decenni in cui crisi economica e migrazioni, fragilità dei percorsi socio assistenziali spingono "sulla strada" anche individui che in altre situazioni un'abitazione l'avrebbero o la vorrebbero.

Difficili da classificare e ancor più da contare, escono dall'"invisibilità" nei periodi invernali, quando il freddo li riporta alla ribalta e vengono approntate ulteriori strutture di emergenza.

Ma quanti sono i senza fissa dimora sul territorio della Città metropolitana? Soprattutto, quanti sono quelli che vivono al di fuori dalla realtà di una grande città come il Comune di Torino? E quali e quante sono le strutture, pubbliche e private, che offrono ai senza fissa dimora assistenza e accoglienza?

Un primo passo per la ricognizione del fenomeno degli homelessness sul territorio metropolitano è la ricerca "Homelessness, un'indagine ricognitiva sul territorio della Città metropolitana di Torino", realizzata e coordinata da Cesare Bianciardi per conto di Educamondo in collaborazione con il Servizio politiche sociali e di parità della Città metropolitana di Torino, grazie a fondi stanziati dalla Fondazione Don Mario Operti e con la collaborazione scientifica di Antonella Meo dell'Università degli studi di Torino, presentata il 18 dicembre a Palazzo Cisterna nel corso di un incontro a cui hanno preso parte per la parte istituzionale Silvia Cossu, consigliera delegata diritti sociali e parità, welfare, della Città metropolitana di Torino e Augusto Ferrari assessore alle politiche sociali, della famiglia e della casa della Regione Piemonte;.

"Lo Statuto della Città metropolitana" ha spiegato la consigliera Cossu "promuove esplicitamente la difesa dei diritti, dell'autonomia e dell'indipendenza delle persone come dimensione fondamentale di benessere e dignità. Per questo il Servizio politiche sociali e di parità ha contribuito a realizzare una indagine ricognitiva nell'interesse di una categoria particolare di cittadini "fragili e svantaggiati", i senza fissa dimora. Un primo gradino che mira a non essere un mero esercizio di conoscenza ma che si deve tramutare in una serie di interventi "in rete" volti ad agire concretamente".

Perché dall'indagine, la prima svolta concentrandosi sul territorio metropolitano e quindi "fuori" dalla Città di Torino, emerge non solo la costante crescita dei senza tetto, ma anche che un contributo importante all'assistenza dei senza casa viene dal terzo settore.
Le strutture private che intervengono con attività di assistenza degli homeless sono il 57,7% (principalmente a gestione Caritas o volontariato vincenziano), contro il 16,7% delle strutture pubbliche: ma quel che è più rilevante è che l'integrazione fra le une e le altre arriva solo al 25,6%.

Complessivamente, i senza fissa dimora censiti sul territorio metropolitano sono 550: la concentrazione maggiore si evidenzia nei comuni della zona circostante alla Città di Torino, probabilmente perché mantenersi "vicini" al capoluogo dà la possibilità di accedere a servizi difficilmente reperibili altrove. Le presenze più rilevanti si registrano nel comune di Pinerolo, (11,1 %), seguito da Rivoli (10,2%) e Settimo (8,9%): un dato che più che segnalare una concentrazione di homeless, però, dà la misura di una corretta "presa in carico" da parte dei servizi pubblici.

"I senza fissa dimora di oggi stanno cambiando" ha sostenuto Antonella Meo, dell'Università degli studi di Torino, che da tempo segue il fenomeno "La crisi del 2008 ha evidenziato una nuova povertà sociale, sempre più i senza tetto sono differenziati, non sono riconducibili all'immagine classica che ce ne siamo fatti di persone in condizioni di disagio estremo: oggi non necessariamente la perdita di una dimora si accompagna con una totale esclusione sociale".

 

(19 dicembre 2017)