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Cittàmetropolitana di Torino

40 ANNI DALL’INCIDENTE A SEVESO. IL RUOLO DELLA CITTA’ METROPOLITANA NELLA GESTIONE DEL RISCHIO INDUSTRIALE

L’Europa ha appena ricordato la tragedia di Seveso dopo quarant’anni da quel 10 luglio 1976, quando l’ICMESA, a seguito di un incidente dovuto alla perdita di controllo di un processo chimico complesso, riversò sul comune lombardo una nube di diossina.

Quel giorno, nell’impianto di lavorazione del triclorofenolo (composto di base usato per la produzione di diserbanti), la temperatura del reattore dell'impianto salì fino a 500 °C, ben oltre il limite oltre il quale la sostanza si trasforma in TCDD (o 2,3,7,8-tetracloro-dibenzo-para-diossina), un composto appartenente alla vasta classe delle diossine.

Per evitare l'esplosione del reattore, le valvole di sicurezza si aprirono, espellendo circa 400 kg di prodotti di reazione, fra i quali un quantitativo di TCDD compreso tra i 13 e i 18 kg. Trasportata dal vento - che spirava in direzione di Seveso - la sostanza, che sarebbe divenuta nota come "la diossina" per antonomasia, si diffuse su un'ampia area intorno alla fabbrica, colpendo i comuni di Meda, Seveso, Desio e Cesano Maderno.

La gravità del disastro non fu percepita subito. Al Sindaco di Seveso, avvisato solamente il giorno successivo, fu segnalata solo la bruciatura delle foglie degli alberi intorno all'impianto. Persino il fatto che si trattasse di diossina emerse da un archivio privato, perché la struttura pubblica non era all’epoca in grado né di identificare il responsabile di un episodio di intossicazione collettiva, né tanto meno i rischi per la salute.
Nei giorni successivi all'incidente emersero segnali allarmanti tra i quali il crescere dei casi di cloracne - un grave eritema che può lasciare segni permanenti e colpì moltissimi bambini - che indussero i Sindaci di Seveso e di Meda a proibire l'accesso all'area immediatamente circostante alla fabbrica, a vietare alla popolazione di toccare ortaggi, terra, erba e animali della zona delimitata e a prescrivere la più scrupolosa igiene delle mani e dei vestiti.

Il 24 luglio fu recintata un'ampia zona (identificata come “zona A”) e iniziò l'evacuazione dei residenti: 676 a Seveso e 60 a Meda. Nei giorni successivi furono identificate altre due aree contaminate a livelli più bassi: la “zona B” e la “zona R” di rispetto, che furono sottoposte a misure precauzionali decrescenti, come il divieto di coltivare e consumare prodotti agricoli e zootecnici e l'allontanamento diurno di bambini e donne in gravidanza.

Nel complesso, le conseguenze non possono essere ricondotte alla fortuita assenza di decessi, ma ricompresero le malattie sviluppatesi negli anni successivi, alterazioni della pelle reversibili e non, morte e abbattimento degli animali contaminati, distruzione di intere coltivazioni, impossibilità di uso di ampie aree contaminate anche con l’allontanamento permanente o temporaneo della popolazione, demolizione degli edifici.

La bonifica delle aree inquinate iniziò a metà del 1977, con la realizzazione di due grandi vasche impermeabilizzate (una di 200.000 mc e una di 80.000 mc) dove negli anni successivi venne depositato il materiale inquinato: il terreno di superficie delle aree colpite, i resti delle case e una parte del loro contenuto, i resti delle piante e degli 80.000 animali morti (di cui 70.000 abbattuti) in seguito alla contaminazione, e le stesse attrezzature usate per la bonifica.

In seguito al disastro fu avviato un programma di monitoraggio che coinvolse circa 280.000 persone, delle quali 6000 circa residenti nelle aree più colpite. Grazie a questo programma fu possibile seguire l'andamento dello stato di salute della popolazione coinvolta, riscontrando quali patologie e con che frequenza e caratteristiche fossero aumentate rispetto alla media della popolazione.

A seguito del processo, nel 1980 l’azienda fu costretta a rimborsare sia lo Stato, sia la Regione Lombardia per le spese di bonifica.

(13 luglio 2016)