Opere, archivi e fondi bibliografici
In questa sezione vengono illustrate le collezioni, i fondi e gli archivi conservati dalla Biblioteca.
Le ricerche sul patrimonio della biblioteca sono possibili attraverso i canali specialistici quali OPAC SBN, Librinlinea e Linked Open Data
Incunaboli
Un incunabolo è un libro stampato con la tecnica dei caratteri mobili dalle origini della tipografia – dalla Bibbia di Gutenberg, databile tra il 1450 e il 1455 – fino al 31 dicembre 1500 (o, secondo alcune convenzioni, al 25 marzo 1501). Esso rappresenta le prime produzioni dell’arte tipografica, letteralmente «dalle fasce». Il termine deriva dal latino incunabula, che significa «fasce» o «culla», e indica l’inizio, l’origine dell’era del libro stampato, spesso definito anche quattrocentina.
Generalmente gli incunaboli non presentano un frontespizio, ma soltanto un’indicazione, il più delle volte approssimativa, del nome dell’autore e del titolo, riportati nell’incipit. Le note tipografiche, se presenti, si trovano nel colophon¹. I primi libri realizzati con i caratteri mobili tendevano infatti a imitare l’aspetto dei manoscritti, nei quali questo tipo di informazioni risultava superfluo.
Il buono stato di conservazione di molti incunaboli, rispetto a libri ben più recenti, è dovuto all’ottima qualità dell’antica carta, fabbricata a mano con stracci di cotone. Il primo incunabolo è la già citata Bibbia latina stampata da Gutenberg a Magonza tra il 1453 e il 1455; in Italia, invece, i primi esemplari furono prodotti tra il 1464 e il 1465 a Subiaco dai magontini Sweynheym e Pannartz, trasferitisi successivamente a Roma, nel palazzo Massimo, e da Ulrich Han nel 1465.
Nel mondo si conservano circa 450.000 incunaboli, di cui almeno 110.000 in Italia. Le raccolte più ampie si trovano presso la British Library di Londra, la Library of Congress di Washington, la Bibliothèque nationale de France di Parigi, la Bayerische Staatsbibliothek di Monaco, la Nationalbibliothek di Vienna, la Biblioteca Vaticana e la Biblioteca Nazionale Vittorio Emanuele III di Napoli. Notevoli per bellezza e rarità sono anche gli esemplari conservati presso la Biblioteca Medicea Laurenziana di Firenze e la John Rylands Library di Manchester.
L’Indice generale degli incunaboli delle biblioteche d’Italia è un’opera monumentale in sei volumi, pubblicata tra il 1943 e il 1981 dall’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato e curata dal Centro Nazionale d’Informazioni Bibliografiche; esso cataloga gli incunaboli presenti nelle biblioteche italiane e rappresenta uno strumento fondamentale sia per studiosi sia per bibliotecari.
La Biblioteca Grosso custodisce i seguenti undici incunaboli, consultabili e scaricabili integralmente ai seguenti link:
- Summa Angelica
- Sermones quadragesimales fratris Antonij de Vercellis ordinis minoru de observantia
- Arbor vitae crucifixae Jesu
- Decreta Ducalia Sabaudiae
- Quadragesimale doctoris illuminati Francisci De Mayronis
- Decreta Sabaudiae Ducalia tam vetera quam nova
- Satyrae
- Manipulus Curatorum
- Lectura Super Clementinis
- Summa Confessionum. Incipiunt rubrice super tractatum de instructione seu directione simplicium confessorum
- Sermones Quadragesimales fratris Antonii de vercellis de XII mirabilibus christiane fidei excellentis
¹ Il termine è un prestito dal latino colŏphon, a sua volta derivante dal greco antico κολοφών, kolophṓn, che significa "sommità, cima" o "finitura".
Cinquecentine
Quando, all’inizio del XVI secolo, il libro stampato con caratteri mobili iniziò gradualmente a perdere l’aspetto dell’incunabolo, ispirato al modello del manoscritto, con l’introduzione del frontespizio e della numerazione delle pagine entrarono in circolazione nuovi prodotti tipografici, spesso in ottavo¹. Le tirature andavano da poche centinaia di copie a più di tremila, e la città in cui l’arte della stampa conobbe il maggiore sviluppo fu Venezia, grazie alla vivacità culturale dell’ambiente e alla presenza di capitali e materie prime.
Vi operavano numerosi stampatori dell’epoca, come il celebre Aldo Manuzio, e altri giunti da diverse parti d’Europa, in particolare dalla Francia e dalla Germania. Ognuno adottò un particolare segno distintivo, detto marca, per rendere riconoscibili i propri prodotti.
La Biblioteca storica "Giuseppe Grosso" possiede duecento cinquecentine, di cui una quarantina appartiene al Fondo Anselmi.
¹ Il formato in ottavo (in-8°) è una misura libraria, antica e moderna, che indica un libro ottenuto piegando un foglio di stampa tre volte, così da ricavare sedici pagine per ogni segnatura (un fascicolo di otto carte). Tradizionalmente definisce libri di dimensioni medie, comprese tra i 20 e i 28 cm, ed è stato introdotto da Aldo Manuzio per la realizzazione di volumi maneggevoli, come i tascabili.
Legislazione
Il Corpus iuris civilis de Institutiones imperiales, edito a Torino da Antonio Ranoto nel 1519, conserva ancora l’aspetto dell’incunabolo, con note a margine, crocette e manine disegnate, nonché la numerazione a carte. Il volume presenta un frontespizio illustrato ed è stampato in caratteri gotici, in bicromia, con inchiostro rosso e nero.
Sempre a Torino, nel 1577, furono pubblicati i Generalia decreta in visitatione edita, che riportano i decreti del vescovo di Lodi, Gerolamo Federici, in visita nel ducato di Savoia in qualità di nunzio apostolico di papa Gregorio XIII. Tali decreti, che regolavano la vita civile oltre a quella religiosa, furono seguiti da un’ordinanza di Emanuele Filiberto che esortava i funzionari alla collaborazione. Curiosi risultano i paragrafi dedicati a eretici, malefici e sortilegi, blasfemia, usura, Monte di Pietà e meretricio, tra gli altri.
Di Aimone Cravetta (Savigliano, 1504–1569), insigne giurista che insegnò anche ad Avignone e il cui figlio Giovanni Francesco fu primo presidente del Senato di Torino, si segnala l’edizione veneziana del 1549 del Tractatus de antiquitate temporis, con legatura coeva in pergamena e rinforzo recante brani in grafia carolina.
Medicina
Leonardo Botallo, nato ad Asti nel 1530, fu celebre anatomista e chirurgo. Visse quasi sempre a Parigi, dove fu medico personale dei Reali di Francia Carlo IX, Enrico III e Caterina de’ Medici. È noto per la descrizione del dotto di Botallo nel plesso cardiaco, che da lui prese il nome. Morì in condizioni di penosa indigenza intorno al 1587. Fu autore di molte pubblicazioni, fra cui il De curatione per sanguinis missionem (Botallo era un gran sostenitore del salasso); la Biblioteca possiede una copia stampata a Lione nel 1580 da Jean-Antoine Huguetan, con note a margine scritte a mano.
Contemporaneo di Botallo fu un altro illustre medico, Francisco Valles (1524–1592), archiatra di Filippo II di Spagna, cui è dedicato il trattato di medicina In libros Hippocratis de morbis popularibus commentaria. L’edizione conservata in Biblioteca è datata a Torino nel 1589, in legatura coeva in pergamena e con bella marca tipografica di Niccolò Bevilacqua.
Letteratura
Giovanni Francesco Apostolo da Montemagno (Asti), attivo nel XVI secolo, ebbe fama di valente poeta latino e fu membro dell'Accademia degli Illustrati. La Biblioteca conserva un'edizione pavese delle sue Succisivae Horae, stampata nel 1589 da Girolamo Bartoli. L'opera, dedicata al noto storico sabaudo Filiberto Pingone, contiene epigrammi, sylvae¹, epistole e odi e, per il suo tono satirico e pungente, procurò all'autore fastidi, accuse del Sant'Uffizio e tentativi da parte dei vescovi di Alessandria e di Acqui di proibire il libro, che fu invece ristampato con mutamenti e aggiunte.
Per quanto riguarda i De gli Hecatommithi, racconti in italiano di Giovan Battista Giraldi Cinzio in due volumi, la Biblioteca possiede la rara prima edizione stampata a Mondovì nel 1565, dove operava la tipografia fondata per volere del duca Emanuele Filiberto e guidata da Lorenzo Torrentino. Notevoli sono i capilettera illustrati e il ritratto dell'autore sul verso del frontespizio. Il libro è un repertorio di miti e leggende, che fornì tracce utilizzate poi anche da Cervantes e da Shakespeare, quest’ultimo ne Il moro di Venezia. Il Cinzio (1504–1573), nobile ferrarese, letterato, poeta e drammaturgo, che a Ferrara ebbe la cattedra di retorica e fino al 1559 fu segretario del duca Ercole II d'Este, insegnò anche in alcune università del Piemonte ed è considerato importante soprattutto come teorico del teatro e precursore di nuovi generi in quell’ambito.
I Dialoghi piacevoli del Sig. Stefano Guazzo, gentil’huomo di Casale Monferrato (Piacenza, 1587), ripropongono la tradizione culturale alla base della Civil conversazione, altra sua nota opera, un classico sull'etica del vivere civile che raggiunse anche l'Inghilterra dei Tudor e la Francia, dove fu letta da Montaigne. L'autore (Casale Monferrato, 1530 – Pavia, 1593), appartenente a una famiglia con ruoli rilevanti nell'Italia settentrionale, viaggiò a lungo tra Italia e Francia al seguito dei Gonzaga.
¹ Le Sylvae (raccolte di poesie latine di Publio Papinio Stazio, I secolo d.C.; il termine significa boschi o foreste) indicano componimenti vari e spontanei, non legati a un genere specifico, che mescolano esametri, endecasillabi e lirica, offrendo spunti sulla vita romana e su Stazio stesso. Il termine fu poi ripreso da poeti rinascimentali, come il Poliziano, per opere simili, descrivendo poesie ispirate e variegate.
Teologia
Nel 1568 Giovanni Maria Bonelli stampò a Venezia le Super tres libros Aristotelis de anima quaestiones subtilissimae di Crisostomo Iavelli, teologo domenicano e inquisitore (Casale Monferrato, 1470 – Bologna o Piacenza, dopo il 1538). Iavelli scrisse di filosofia sostenendo l’interpretazione tomista di Aristotele, in opposizione a quella di Averroè.
Del beato Angelo Carletti, patrono di Chivasso (1411–1495), la Biblioteca possiede la Summa angelica (incunabolo stampato a Chivasso nel XV secolo), un trattato morale che ebbe sì un grande successo, ma che, in quanto simbolo dell’ortodossia cattolica, fu bruciato da Lutero sulla piazza di Wittenberg il 10 dicembre 1520. La stessa opera è conservata anche in un’edizione lionese del 1534 di Scipione De Gabiano, appartenente all’importante famiglia di tipografi che stampò la prima edizione straniera della Divina Commedia nel 1502. L’edizione del 1534 si distingue per il bellissimo frontespizio illustrato, pur conservando ancora l’aspetto dell’incunabolo per la numerazione a carte.
Fra le cinquecentine di particolare pregio bibliografico si segnala la D. Anselmi cantuariensis archiepiscopi…in omnes Sanctissimi Pauli Apostoli epistolas enarrationes, un’edizione dei commenti di Sant’Anselmo alle lettere di San Paolo, raccolti dal monaco benedettino Hervaeus e stampati per la cura di Gottfried Hittorp a Colonia nel 1533. L’edizione in possesso della Biblioteca, appartenente al Fondo Anselmi, è particolarmente pregevole per il frontespizio e i capilettera illustrati da xilografi tedeschi.
Seicentine
Il viaggio tra i libri antichi conservati nelle raccolte della Biblioteca Grosso prosegue con l’esame di alcune seicentine¹, quasi un migliaio quelle possedute, molte delle quali di grande pregio tipografico.
¹ Seicentina è un termine bibliografico che indica un libro stampato nel XVII secolo, analogo alla cinquecentina (libro del ’500) e alla settecentina (libro del ’700).
Theatrum Statuum Sabaudiae
Il prodotto tipografico più rilevante è senza dubbio il Theatrum Statuum Sabaudiae, capolavoro della topografia seicentesca piemontese, un vero monumento iconografico e una raccolta illustrata delle dimore, delle chiese e dei luoghi appartenenti ai domini dei Savoia alla fine del Seicento. Si tratta di una grandiosa impresa editoriale e, al contempo, di un’iniziativa promozionale (nata come manifesto politico del duca Carlo Emanuele II di Savoia) per far conoscere alle corti europee il livello di splendore e di potenza raggiunto dallo Stato. L’opera fu iniziata negli anni Sessanta del secolo e portata a termine negli anni Ottanta dalla duchessa reggente Maria Giovanna Battista di Savoia Nemours (la seconda Madama Reale), e fu stampata nel 1682 ad Amsterdam presso l’editore e cartografo Joan Blaeu.
In due grandi volumi in folio, il Theatrum contiene 145 tavole commentate in lingua latina, relative alle terre del Ducato che, all’epoca, comprendeva Piemonte, Valle d’Aosta, Savoia, Liguria e Nizza. Le tavole, incise in rame su doppio o triplo foglio, raffigurano ritratti, carte geografiche, piante topografiche e vedute prospettiche di Torino e di altri paesi e città. I disegni furono eseguiti dai principali artisti del tempo: Giovenale Boetto, Simone Formento, Federico Guazzo, Carlo Morello e Giovanni Tommaso Borgonio. Il primo volume comprende Torino e la maggior parte delle località piemontesi, mentre il secondo raccoglie le località residue e i centri del Nizzardo e della Savoia.
Venaria Reale
Nella celebre Venaria reale: palazzo di piacere e di caccia, ideato dall’altezza reale di Carlo Emanuele II, disegnato e descritto dal conte Amedeo di Castellamonte nel 1672, compare il già citato palazzo di piacere e di caccia di Carlo Emanuele II di Savoia, ideato dal Tesauro e costruito a partire dal 1658 dall’architetto Amedeo di Castellamonte. L’opera, stampata a Torino dallo Zavatta nel 1674, si snoda attraverso novantanove pagine in folio, con sessantaquattro tavole calcografiche incise da George Tasnière, inclusa un’antiporta con scene di caccia e un ritratto della duchessa Giovanna Battista di Savoia Nemours, in veste di Diana cacciatrice. Le vedute sono disegnate da Gian Francesco Baroncelli, Jan Miel, Sacchetti, Branbil e altri. Si tratta di una preziosa documentazione, anche visiva, dello stato originario della reggia, andata poi in parte distrutta dalle truppe francesi del Catinat nel 1693. Rinnovata da Juvarra e danneggiata durante la guerra, è stata recentemente sontuosamente restaurata.
Il volume, dedicato alla Madama Reale Maria Giovanna Battista di Nemours, duchessa di Savoia, “Diana non favolosa della Regal Venaria”, moglie di Carlo Emanuele II e madre di Vittorio Amedeo II, è di grande pregio ed è ritenuto il più bel libro stampato in Italia in età barocca. Le splendide illustrazioni comprendono grandi vedute generali del palazzo, del parco e della cittadina, accompagnate da immagini di sculture e fontane. Particolare attenzione è rivolta alle tele e agli affreschi che decoravano gli appartamenti della reggia, con specifico riferimento alla sala di Diana.
Le scienze
Tra le più belle seicentine conservate in Biblioteca vi è il Parnassus Triceps del medico Bartolomeo Torrino, dedicato a Maurizio di Savoia e stampato a Torino nel 1657 dalla celebre tipografia Giannelli. Si tratta di un Parnaso scientifico, con una pregevole antiporta del fossanese Giovenale Boetto.
Di un altro celebre medico, Gian Francesco Fiochetto, è il Trattato della peste et pestifero contagio, Torino, 1631. Fiochetto, protomedico archiatra di Carlo Emanuele I, fu magnifico rettore dell’Università di Torino all’inizio del Seicento e fu tra coloro che più si adoperarono per affrontare la peste del 1630. In quell’anno il ducato era attraversato da truppe francesi, spagnole e imperiali e Vittorio Amedeo I era appena succeduto al padre. La peste a Torino causò la morte di quasi un terzo dei circa 25.000 abitanti, in poco più di un anno. Molti fuggirono dalla città, compresi il duca, la corte, i ministri e i pubblici funzionari. A governare Torino e a combattere il morbo rimasero solo il sindaco Gian Francesco Bellezia, i religiosi e i medici, tra cui Fiochetto che si distinse particolarmente.
Curioso è il Compendio della Sfera Celeste di Guarino Guarini, Torino, 1675, un libricino di carattere astronomico. Guarini, architetto, si dedicò anche all’insegnamento della teologia e pubblicò a Parigi, nel 1665, un monumentale compendio delle sue ricerche in campo fisico, astronomico, filosofico e metafisico, in cui manifesta la sua adesione all’universo geocentrico e tolemaico. In Biblioteca si conservano anche i suoi volumi in materia architettonica, con i relativi disegni.
La letteratura
Due sono i volumetti di poesia dell’epoca, entrambi dedicati al conte Giovan Battista Truchi, personaggio della corte di Carlo Emanuele II.Il primo è il De passione Domini et obiter de Sancta Sindone in Augusta Civitate Taurini, Torino, 1670, del poeta latinista fossanese Emilio Malliano. Racconta la passione di Cristo in versi, formati dalla collazione di emistichi di Ovidio. Il volume include un’antiporta, disegnata da Charles Dauphin e incisa da Tasnière, e una seconda incisione raffigurante il dedicatario.
Il secondo volumetto è L’Anfiteatro del Valore, Torino, 1674, di Pietro Antonio Arnaldo. Si tratta di una collana di rime in onore dei nobili personaggi della corte. Anche questo volume presenta diversi stemmi e un’antiporta, anch’essi incisioni del Tasnière.
Il Cannocchiale aristotelico, Torino, Zavatta 1670, è probabilmente il più importante trattato di retorica barocca. Fu scritto da Emanuele Tesauro (1592–1675), drammaturgo e retore torinese. L’opera intende trasformare i principi del fare artistico, analogamente a come il cannocchiale di Galileo, richiamato nel titolo, modificava i criteri interpretativi della realtà.
Nel trattato, Tesauro concentra l’attenzione soprattutto sulla metafora (figura retorica fondamentale). La metafora, secondo l’autore, permette di collegare realtà apparentemente distinte e di creare una vera e propria rivoluzione nel modo di intendere la letteratura.
La storia
Emanuele Tesauro fu un intellettuale di grande prestigio e assoluto rilievo presso la corte sabauda, dove prestò la sua opera per più di trent’anni. Fra le sue opere si ricordano, oltre al già citato Cannocchiale aristotelico, i Campeggiamenti del principe Tommaso di Savoia (sulle guerre del Piemonte contro la Spagna), opere filosofiche, tragedie, testi polemici e panegirici. Egli fu anche autore di coreografie per feste e balletti, nonché precettore dei principi di Carignano e di Vittorio Amedeo II, per i quali scrisse una raccolta di favole. Tesauro ebbe un ruolo fondamentale nell’elaborazione di una nuova immagine del ducato e della capitale, come si può rilevare dall’impegno profuso nel Theatrum statuum Sabaudiae. Per la capitale scrisse, nel 1679, la prima parte dell’Historia dell’Augusta Città di Torino. Dopo la sua morte, l’opera fu completata da Pietro Giroldi nel 1712.
La Storia di Torino, custodita in Biblioteca, consta di due volumi in-folio, stampati da Bartolomeo Zavatta. Essi contengono antiporta incise su matrice di rame, frontespizi con marca tipografica stilografata, grandi capilettera decorati e sontuosi fregi tipografici. Due delle illustrazioni contenute nel secondo volume sono incise su matrice di rame da Tasnière; nel sontuoso antiporta di particolare interesse si nota la mappa di Torino, retta da uno dei personaggi rappresentati. Nella pianta si osservano sia l’ingrandimento realizzato da Carlo Emanuele I, sia quello più tardo nella contrada di Po.
In Biblioteca è anche possibile consultare la controversa Historia di Pietro Giovanni Capriata (Genova, 1638 e 1649), in due volumi, “ne’ quali si contengono tutti i movimenti d’arme successi in Italia” dal 1613 al 1634 e, quindi, sia fuori che in Italia, dal 1634 al 1644. Il secondo volume si apre con un’antiporta allegorica raffigurante tre cani che abbaiano alla luna, con una scritta in latino che allude a come, nonostante le censure rivolte alla prima parte, l’autore abbia proseguito l’opera “lasciando abbaiare i malevoli, come cani alla luna”.
Si tratta di un’opera di approfondimento sulla storia militare della prima metà del Seicento, con particolare attenzione alle vicende liguri e piemontesi. Capriata, nato a Genova negli ultimi anni del Cinquecento, fu definito dal Denina “il Guicciardini del secolo diciassettesimo”, ma fu anche violentemente criticato dal Tesauro. In Piemonte furono requisite tutte le copie del primo volume, in cui sono narrate le vicende della guerra del Monferrato in chiave filospagnola. Anche l’atteggiamento di papa Urbano VIII, cui spiacquero sia tale chiave interpretativa sia gli apprezzamenti negativi sui nipoti cardinali Antonio e Francesco Barberini, nonché sul cardinal Mazzarino, fu inflessibile, ed egli tentò perfino di ottenere una modifica del testo.
L’Historia ebbe larga diffusione in Italia e all’estero; tuttavia le critiche alla venalità di Capriata furono durissime, tanto da danneggiarne l’obiettività. La critica settecentesca, pur nell’ambito di una valutazione complessivamente negativa della storiografia del Seicento, attribuì comunque a Capriata una certa dose di credibilità. Lo stesso Muratori attinse all’opera per comporre la parte seicentesca degli Annali.
Di grande interesse sono anche i volumi sulla storia dei Valdesi in Piemonte: The History of The Evangelical Churches of the Valleys of Piemont, Londra, 1658, di Samuel Morland, con carta topografica delle valli, e Histoire générale des Eglises Évangéliques des Valles de Piemont ou Vaudoises, Leyda, 1669, di Jean Léger, anch’esso con frontespizio allegorico e carta topografica.
Samuel Morland (1625–1695), inglese, fu diplomatico, inventore e crittologo, e godette di notevole reputazione come matematico e latinista. Progettò macchine calcolatrici, una stufa metallica portatile, un megafono, un argano e persino un dispositivo per cifrare. Notevole importanza ebbero i suoi esperimenti di idraulica; fra i suoi allievi vi fu Samuel Pepys, divenuto poi famoso per il suo diario. Morland fu accreditato presso la corte di Carlo Emanuele II per presentare un appello a favore delle chiese evangeliche delle valli piemontesi e, durante questo soggiorno, si dedicò alla scrittura del libro.
Jean Léger (Villasecca, Val Germanasca, 2 febbraio 1615 – Leyda, 1670) fu pastore riformato a Prali, Rodoretto e San Giovanni, moderatore delle chiese valdesi e pastore della chiesa riformata di lingua francese a Leyda. Fu protagonista e testimone del massacro dei valdesi – le cosiddette Pasque Piemontesi, 25-27 aprile 1655 – e ne fornì uno dei primi resoconti storiografici nei due volumi del suo libro. Per questa ragione è considerato uno dei principali storici valdesi del Seicento.
Raccolte particolari
Carte geografiche topografiche
Fra le carte geografiche e topografiche custodite nella Biblioteca Grosso, una cospicua serie, importante soprattutto per il suo significato storico, rispecchia essenzialmente gli interessi di studio e di documentazione dell’Ente Provincia di Torino¹ nel settore stradale e nei piani regolatori. Si conserva, in particolare, una copia del piano di ampliamento di Torino del 1906.
La raccolta, per lo più priva di particolari pregi d’edizione, proviene dai depositi giacenti in Biblioteca all’epoca della sua istituzione, ma si è arricchita nel tempo con ulteriori acquisizioni. Tra queste si segnalano Le Valli Valdesi (1694–1697) di Vincenzo Maria Coronelli e Principauté de Piemont (1705) di Nicolas Fer, insieme ad altre carte meno note.
Le restanti cartografie sono legate ai numerosi studi sui canali navigabili e sulle idrovie piemontesi e padane, con una documentazione particolarmente dettagliata sulle analoghe sperimentazioni europee.
Estratto collezione Carte geografiche e topografiche su:
Cataloghi:
¹ Il dibattito sull’utilità, o meno, di rendere navigabili e quindi utilizzabili commercialmente i corsi d’acqua a regime costante fu un tema di discussione caratteristico delle province del Nord Italia, soprattutto nella prima metà del secolo scorso. Esso interessò in particolare il Piemonte, dove si impegnarono per rendere realistica questa ipotesi di lavoro personalità come lo stesso senatore Anselmi. Più ragionevolmente, la Provincia investì nella sistemazione delle strade di propria competenza e fu impegnata in discussioni e progetti relativi all’ampliamento, dapprima della rete ferroviaria e, in seguito, della rete stradale e autostradale. Questo fondo di cartografia tecnica testimonia, in piccola parte e in modo non sistematico, tali impegni.
Carte geografiche manoscritte
Venticinque cartine manoscritte su cartoncino a colori, raffiguranti zone d’Italia e d’Europa, ma anche di altri continenti, compongono una breve e particolare raccolta, realizzata dal generale Otto Campini, probabilmente a sussidio delle sue lezioni di tattica militare. Redatte tra Senigallia e Torino, coprono un arco temporale compreso tra aprile e luglio 1909.
- Francia – Senigallia, 3 aprile 1909.
- Germania Turingia – Cecoslovacchia, Senigallia 4 aprile 1909.
- Germania orientale, Senigallia 6 aprile 1909.
- Germania nord-orientale, Senigallia 7 aprile 1909.
- Bassopiano Sarmatico, Senigallia, 10 maggio 1909.
- Spagna, Senigallia 10 maggio 1909.
- Svezia-Norvegia, Senigallia, 11 maggio 1909.
- Asia, Senigallia 13 maggio 1909.
- Africa, Senigallia 14 maggio 1909.
- America settentrionale, Senigallia 22 maggio 1909.
- Australia, Torino 7 giugno 1909.
- Colli compresi nel territorio delimitato tra Torino-Bra-Basta-Savona-La Spezia-Parma-Alessandria, Torino 12 giugno 1909.
- Colli compresi nel territorio tra Viareggio sulla costa Tirrenica e Fano su quella Adriatica, Torino 13 giugno 1909.
- Colli umbri, Torino 13 giugno 1909.
- Colli compresi tra Camerino-Macerata-Aquila-Ortona, Torino 15 giugno 1909.
- Policastro, Lago Negro, Le Murgie, Torino 17 giugno 1909.
- Colli compresi tra Eboli e Torremare, Torino 17 giugno 1909.
- Calabria, Torino 19 giugno 1909.
- Da Cadibona al Colle del Mercante, Torino 22 giugno 1909.
- Colli Trentini, Torino 25 giugno 1909.
- Da Locarno a Bolzano, Torino 24 giugno 1909.
- Da Friburgo alle Alpi del Toggenburg, Torino 24 giugno 1909.
- Alpi e pianura in Lombardia, Torino 25 giugno 1909.
- Dall'Oberland bavarese alla Svizzera, Torino 27 giugno 1909.
- Dalle Alpi del Gail a Fiamona, Torino 3 luglio 1909.
Catalogo:
Copioni teatrali
La Biblioteca conserva 232 copioni teatrali, manoscritti e dattiloscritti, acquistati nel marzo del 1966 da Fortunato Rivetti, che li aveva collezionati e ordinati in serie numerica. Il timbro di proprietà Rivetti si sovrappone, in molti casi, a quello delle compagnie teatrali, in particolare a quello della compagnia di Romolo Solari, capo comico della Compagnia Piemontese, alla quale i copioni sembrano appartenere in origine. Si rintracciano inoltre altre indicazioni di provenienza, come la Compagnia Teatro Comico Piemontese Giovanni Biondi o la compagnia di varietà diretta da Vittorio Bogino.
Si tratta di una curiosa testimonianza della circolazione di questi importanti testi, che passavano di compagnia in compagnia, venivano distribuiti agli attori, riscritti, rilegati alla meglio, con copertine cartonate destinate a usurarsi rapidamente. Il loro stato di conservazione rivela un utilizzo continuo, protrattosi per generazioni. I copioni furono trascritti o composti tra gli ultimi decenni dell’Ottocento e gli anni Trenta del Novecento e appartengono esclusivamente al filone del teatro comico dialettale piemontese.
Tra gli autori ricorrenti figurano Vittorio Actis, Vittorio Bersezio, Enrico Gemelli, Alfredo Mariani, Carlo Alfredo Occhetti, Luigi Pietracqua, Oreste Poggio, Mario Valabrega e Giovanni Zoppis. Le loro commedie facevano parte del repertorio consueto delle compagnie sopracitate, benché non tutti i testi risultino essere stati rappresentati o siano oggi conosciuti.
Questi copioni costituiscono testimonianze di un’arte solo apparentemente senza tempo, che sarebbe riduttivo considerare defilata e confinata ai margini della storia, come espressione di un pubblico ancorato a una tradizione statica e immutabile. Al contrario, essi andrebbero letti come specchio di un mondo contingente e storicizzato, che li ha prodotti e di cui si è nutrito.
Anche un altro assioma diffuso, secondo cui ciò che è creato per il gusto medio popolare non sarebbe autenticamente popolare, può oggi essere rimesso in discussione attraverso queste espressioni teatrali, che riflettono in modo nitido contesti di autentica espressività, ovvero quelli in cui l’autore era culturalmente immerso.
Dietro questi testi apparentemente semplici, schematici o complessi nella trama e nel numero dei personaggi, si celano numerose problematiche, divenute oggi più evidenti, poiché il mondo rivelato dal teatro dialettale si è ormai notevolmente allontanato dalla percezione ordinaria del pubblico, anche di quello più conservatore.
Estratto collezione Copioni teatrali su:
Catalogo:
Arti grafiche (Fondo Dragone)
La Biblioteca conserva una collezione di opere d’arte che comprende calcografie, disegni, acquerelli, serigrafie, xilografie e litografie, unificate dal supporto cartaceo e dalle scelte di una coppia di collezionisti d’eccezione, il critico d’arte Angelo Dragone¹ e la moglie Jolanda. Affiatata coppia di studiosi, esordirono nel 1947 con il volume Paesaggisti piemontesi dell’Ottocento, tuttora considerato un riferimento fondamentale e ancora ampiamente consultato, proseguendo per molti anni un lavoro comune nel campo dell’arte e della critica militante.
Alcuni dei nomi presenti nel catalogo della raccolta trovano un preciso riscontro negli studi e nell’opera di valorizzazione promossa dal critico, dedicata a un ambiente torinese e piemontese sviluppatosi in modo meno evidente durante gli anni delle avanguardie e delle postavanguardie. Ne sono esempi Cino Bozzetti, Ercole Dogliani e Piero Solavaggione, ma anche artisti che si collocano in una zona di confine tra figurazione e astrattismo. In questo ambito si inseriscono gli esperimenti giapponesi di Franco Garelli, le carte impresse e dipinte di Mastroianni e il vorticoso intreccio cromatico di Pinot Gallizio, con una particolare attenzione alle tematiche espressioniste, di cui Lorenzo Viani rappresenta forse l’esito più intenso e toccante.
La rassegna risulta molto ampia e, nel suo insieme, offre un’immagine complessiva della grafica d’autore e del suo sviluppo, costituendo un vero e proprio campionario di tecniche. Accanto a procedimenti tradizionali, come le acqueforti, le incisioni dirette e le puntesecche, sono presenti anche numerose sperimentazioni tipiche del Novecento.
La collezione fu ceduta, alla metà degli anni Sessanta, dalla famiglia Dragone alla Cassa di Risparmio di Torino, che successivamente la trasferì alla Provincia di Torino, con l’esplicita indicazione di depositarla presso la Biblioteca. Alcune opere di datazione successiva sono il risultato di aggregazioni avvenute in momenti posteriori.
Estratto collezione Dragone su:
Catalogo:
¹ Dragone divenne critico d’arte de La Stampa nel 1959 e, in questa veste, così come in qualità di studioso indipendente, seguì da vicino l’evoluzione dell’arte, soprattutto piemontese ma non solo, nei cruciali anni del dopoguerra e nei decenni successivi. Analizzò e accompagnò il lavoro di più generazioni di artisti, offrendo una lettura attenta e continuativa del panorama artistico contemporaneo. Il risultato di questa attività, concretizzatosi in centinaia di scritti, articoli, libri, interventi pubblici e progetti culturali, è oggi conservato presso l’Archivio di Stato di Torino, grazie in particolare alla cura del figlio Piergiorgio.
Manoscritti
Fra i tesori custoditi nella Biblioteca vi è una raccolta di manoscritti distribuita su un arco di quattro secoli, dai contenuti estremamente vari. Nell’ambito della storiografia sabauda si distinguono:
- Origine de’ titoli della Reale Casa di Savoia, attribuito ad Angelo Paolo Carena
- Dizionario corografico de’ Stati del Re di Sardegna, del paleografo Celestino Combetti
- Cronica del Monferrato, di Galeotto del Carretto
- Memorie historiche sopra il Re di Sardegna Carlo Emanuele IV, del chirurgo cuneese Giovanni Gallo
- altre opere di Giuseppe Ravizza, Carlo Denina e Giuseppe Agostino Torelli
Tra le fonti di prima mano figurano le due celebri relazioni al Doge e al Senato Veneto dell’ambasciatore Marco Foscarini, dedicate all’abdicazione di Vittorio Amedeo II e alle condizioni dello Stato sabaudo nel 1743, oltre alle memorie relative alla carica di Gran Mastro della Casa di Sua Altezza, raccolte d’ordine di Madama Reale.
Nell’ambito delle storie locali si segnalano:
- Storia di Vercelli, in due volumi, di Fileppi
- Memoria della fondazione […] della Città di Mondovì, di Baldassarre Vassallo
- Origine Civitatis Alexandriae, storia settecentesca di Raffaele Lumello
- Cronaca di Fossano, di Giovanni Battista Dray
- Memoria di Centallo, o sia Cronaca dall’anno 1619 fino al 1662, volume recentemente rinvenuto e proveniente dall’Archivio Frejlino
- Memorie istoriche della Città di Carmagnola, del francescano Giambattista Sola Vaggione, già appartenute allo storico Carena
Tra le autobiografie, oltre a quella in tre volumi di Francesco Bal, studiata da Maria Carla Lamberti, è presente un frammento della vita avventurosa di Giambattista Boetti, noto come il “profeta Mansur”, nonché l’autobiografia del pittore Ottavio Giovanni Rapetti, donata da Terenzio Grandi nel 1967 insieme ai quattro volumi degli Scritti vari dello stesso autore.
È inoltre conservato un nucleo di cinque volumi manoscritti provenienti dal Fondo Anselmi. Si tratta, ad eccezione di un trattato di medicina seicentesco redatto a Torino, di opere di carattere teologico. Tra queste si possono citare un poema epico sulla Sindone del 1763, versione italiana di un originale latino, e il Tractatus de Deo Uno di Falletto di Pertusio, che raccoglie gli insegnamenti del domenicano padre Giacinto Sala.
Dal Fondo Giulio proviene il Corso di meccanica teorica di Carlo Ignazio Giulio, datato 1853.
Di particolare rilievo sono inoltre una copia della cosiddetta Biblioteca Carlo Emmanuella, ossia una bibliografia antica delle opere relative alla Casa di Savoia, una raccolta di manoscritti di fine Settecento sui parchi di Racconigi e Santena, un volume decorato a mano relativo alla famiglia Arpino di Poirino e, infine, una piccola parte dell’archivio Melano-Spurgazzi, con interessanti documenti sulla costruzione di piazza Statuto a Torino e sulla ferrovia Torino-Genova.
Una delle peculiarità di questo fondo manoscritto risiede proprio nella sua natura frammentaria e marginale. Anche quando l’intenzione è ambiziosa o l’occasione storica rilevante, i testi si presentano spesso come testimonianze isolate. Emblematico è il caso di Gille Badin, detto Condé, che attraversò le campagne di guerra in Piemonte negli anni 1744-1745 annotando cronache e canzoni del suo tempo, insieme alle vicende della propria difficile esistenza di soldato del re di Francia. Il suo manoscritto, rientrato in Piemonte, è oggi conservato in Biblioteca accanto ai Rimedj più strambi per le più svariate difficoltà corporali, raccolti da frate Eusebio da Carmagnola nel 1615.
Estratto collezione Manoscritti su:
Raccolta frontespizi su:
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Stampe storiche
La raccolta Stampe storiche comprende 161 opere tra incisioni a bulino, acquaforte e acquatinta, litografie, stampe tipografiche, disegni a china e acquerelli. Le opere sono accomunate dal soggetto, strettamente legato alle finalità originarie della Biblioteca, ossia raccogliere il maggior numero possibile di informazioni sul Piemonte, antico e moderno, e sugli antichi Stati sardi.
La raccolta si presenta eterogenea nei contenuti, poiché aperta a successivi incrementi e non frutto di una progettazione collezionistica rigorosa. Vi confluirono materiali pervenuti alla Biblioteca con modalità diverse, soprattutto nei primi anni di attività dell’Istituzione. In origine fu oggetto di una catalogazione sommaria a schede, che privilegiava prevalentemente il soggetto, a discapito della complessità tecnica e storica dell’opera grafica.
L’attuale trattamento catalografico tiene invece conto di più elementi: le tecniche esecutive, la storia specifica delle opere e dei loro autori, nonché il carattere della rappresentazione. L’elenco è stato uniformato rispetto alla catalogazione precedente ed è stato arricchito con indicazioni sulla tecnica e sulla provenienza. Molte tavole, infatti, derivano da volumi smembrati, pratica frequente nel mercato antiquario; si è pertanto ritenuto opportuno ricondurle, quando possibile, ai volumi di origine mediante apposite annotazioni.
La formazione non sistematica della raccolta non impedisce tuttavia di individuarne nuclei coerenti e serie omogenee. Appartengono a questi gruppi le tavole relative al forte di Demonte, i ritratti litografici di personaggi ottocenteschi legati alle vicende sabaude, le litografie del barone de Mazlen sui monumenti romani in Savoia e Piemonte, le numerose tavole tratte dalla Corografia dell’Italia della prima metà dell’Ottocento e le Vedute delle castella di Enrico Gonin.
L’incisione seicentesca è rappresentata da alcuni esemplari di particolare rilievo: una veduta di ambito germanico raffigurante l’assedio di Casale Monferrato del 1630; le tavole della Généalogie de la Royale Maison de Savoie di Tommaso Borgonio, incise da Fayenau a Torino nel 1680; le vedute di Torino (1640) e di Valenza (Parigi, 1692); due incisioni tratte dai Dissegni di Architettura Civile di Guarino Guarini (1686).
Più numerosi sono gli esemplari settecenteschi, tra i quali la veduta della città di Novara dal volume di Thomas Salmon (1751); le vedute di Casale e Torino incise da Basire per la Rapin’s History of England continuata da Tindal; la tavola dedicata a Revello dalla riedizione del 1726 del Theatrum Sabaudiae; le vedute di Tortona del 1707 e del 1724; la veduta di Torino tratta dal Voyage di Lalande del 1769; le incisioni di Mario Quarini, dai disegni di Valeriano Dellala di Beinasco, relative all’apparato funebre di Carlo Emanuele III (1773), oltre ad altri esemplari.
L’Ottocento rappresenta senza dubbio il periodo maggiormente documentato all’interno della raccolta, sia per numero di opere sia per varietà dei soggetti. Ciò è dovuto non solo a motivi iconografici, ma anche alle nuove possibilità offerte dalle tecniche grafiche, in particolare dalla litografia. Per una ricognizione puntuale delle presenze si rimanda all’elenco allegato.
Il Novecento è invece rappresentato in modo sporadico, seppur con opere di qualità, come le vedute torinesi di Adalberto e Romano Campagnoli, datate 1960.
Estratto collezione Stampe storiche su:
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Fotografie
La Biblioteca possiede una cospicua raccolta di fotografie storiche di provenienza non omogenea, in alcuni casi di particolare rilevanza qualitativa. Il nucleo principale è costituito dalle immagini pervenute con il Fondo librario e documentale del bibliografo e bibliofilo Marino Parenti (1900-1963), le cui potenzialità vanno oltre la ben nota raccolta di fototipi del "lucigrafo" milanese Luigi Sacchi.
Parenti acquistò le fotografie di Sacchi, compresi i preziosissimi negativi calotipici, seguendo le sue predilezioni manzoniane e in concorso amichevole con altri grandi collezionisti italiani, come Lamberto Vitali, Silvio Negro ed Emilio Sioli Legnani. Le immagini di Sacchi, pur eccellendo per importanza storica e artistica, costituiscono solo un frammento di una raccolta più ampia, che comprende anche altre significative testimonianze.
Numerosi percorsi legano Parenti alla fotografia. Tra questi, le serie possedute quasi per intero dal conte Sioli Legnani, come la raccolta intitolata Quelli che passano, composta da fotografie scattate lungo le strade di Milano da un anonimo estemporaneo fotografo. Queste immagini si completano con esemplari acquistati da Parenti e con un grande album in metallo decorato, realizzato presumibilmente da Ulrico Hoepli per la sua scrivania, che raccoglie tutte le fotografie dei suoi autori e collaboratori. La presenza di centinaia di ritratti fotografici, raccolti in vari altri album, acquista un senso preciso inserendosi nel progetto di Parenti di ricostruire il mondo letterario e civile dell’Ottocento.
Di particolare rilievo sono le vedute ottocentesche di Roma, che mostrano affinità con le ricerche di Silvio Negro confluite in imprese editoriali come Album romano e Nuovo Album romano, e nella mostra fondamentale sulla storia della fotografia italiana, Mostra della fotografia a Roma dal 1840 al 1915 (1953). Nella mostra del 1957, ideata da Lamberto Vitali alla Triennale milanese, comparvero alcune delle più significative fotografie di Sacchi possedute da Parenti, compreso il negativo di Uomo con la tromba e la veduta del Duomo di Milano.
Altri nuclei della raccolta Parenti documentano luoghi e persone, con attenzione paesistica, storica ed etnografica. A questo filone appartengono sei album con 136 fotografie di Felix Bonfils, Zangaki e G. Lekegian dedicate al Cairo e a Port Said, dai monumenti ai tipi caratteristici. L’aspetto turistico-commerciale è testimoniato anche dalle 36 fotografie di Garrigues sulla Tunisia. Un album dedicato al Sudafrica durante la Guerra Anglo-Boera, realizzato dallo studio Stoel & Groote di Pretoria, contiene immagini documentarie significative, come quelle della partenza dei soldati per il fronte. Oltre a questi nuclei principali, il fondo Parenti include numerosi documenti fotografici accumulati durante la sua attività di editore e curatore, tra cui fotografie di scena e ritratti di attori italiani. L’interesse di Parenti per questo genere va oltre il collezionismo: molte immagini originali sono accompagnate da riproduzioni da testi o stampe, a testimonianza del suo lavoro quotidiano come consulente editoriale.
Oltre alla raccolta Parenti, la Biblioteca conserva numerosi album fotografici ottocenteschi e altre fotografie dell’Ottocento e del Novecento di varia provenienza. Alcune documentano l’attività della Provincia di Torino, altre illustrano luoghi e itinerari, come le fotografie di Besso, Giacomo Brogi, Vittorio Ecclesia, Riccardo Moncalvo, Augusto Pedrini, Pietro Santini e Giorgio Sommer. Significative sono anche le fotografie presenti in archivi specifici, come il ricco album del Fondo Zuccarelli. L’identificazione di fotografie originali incollate per corredo illustrativo di libri ottocenteschi è più problematica e dipende spesso dal ritrovamento casuale tra le pubblicazioni.
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Spartiti musicali
La Biblioteca conserva 244 spartiti musicali, sia a stampa sia manoscritti, riuniti in un'unica sezione. Questi materiali riguardano principalmente musiche operistiche, concertistiche e d'occasione. La maggior parte proviene dal legato di Giorgio Ermanno Anselmi (1873-1961).
La sezione dedicata alla seconda metà dell'Ottocento si concentra soprattutto sui maestri torinesi, il cui legame con la città traspare chiaramente dalle opere. Tra queste, Gli operai piemontesi a Londra di C. Mariotti, le Canzoni piemontesi di Angelo Brofferio e i brani raccolti nella Colan-a Musical dij Brande, come Veje canson popolar piemonteise soasie e rangia pĕr cant e piano di Alfredo Nicola. Opere come Addio giovinezza di Nino Oxilia e Sandro Camasio riflettono un certo tradizionalismo subalpino.
Fuori dal contesto locale, emergono opere di Gaetano Donizetti, come Una furtiva lacrima ne L’Elisir d’amore, e di Saverio Mercadante, oltre a musiche di argomento religioso di Giuseppe Ponchia, come In nomine Jesus - Sette melodie su testi sacri in onore di Gesù per soli, coro e organo per il Concerto Spirituale. La raccolta comprende anche brani dedicati a Silvio Pellico, una polka di Giuseppe Operti intitolata Le peuple e dedicata a Delfina Benisson, e l'Inno di Mameli.
La sezione contiene numerose opere di Giuseppe Verdi, tra cui arie celebri come La donna è mobile da Rigoletto, Il Trovatore di Salvatore Cammarano e Tacea la notte placida, riduzione per canto con accompagnamento di pianoforte di Luigi Truzzi. Gli spartiti non sono solo strumenti musicali, ma anche oggetti grafici di pregio: molte copertine sono decorate o illustrate con scene tratte dalle opere stesse.
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Fondi bibliografici
Alle raccolte generali sul Piemonte, che costituiscono il nucleo principale della Biblioteca, si sono nel tempo aggiunti importanti fondi costituiti dalle biblioteche particolari di singoli personaggi. Tra queste si segnalano la biblioteca dello statista e docente Carlo Ignazio Giulio, con una predominanza di testi del Sette e Ottocento; il fondo bibliografico del senatore Giorgio Ermanno Anselmi; la biblioteca del bibliografo e saggista Marino Parenti, comprendente libri rari, rarissimi e unici; le raccolte di Terenzio Grandi e Umberto Griffini; quelle degli studiosi Augusta e Guglielmo Lange; la biblioteca di Otto Campini, che include una parte della biblioteca di Hélène di Savoia-Aosta, il cui nucleo principale si trova alla Biblioteca Nazionale di Napoli; la raccolta di Valdo Fusi; infine le biblioteche degli architetti Armando Melis de Villa e Umberto Bertagna.
Fondo Anselmi
Giorgio Ermanno Anselmi (1873-1961) fu senatore del Regno d'Italia e a capo dell’Amministrazione Provinciale dal 1920 al 1934, prima come presidente della Deputazione¹ dal 1920, rimanendone al vertice fino al 1926, poi come Commissario straordinario fino al 1929, quando la riforma dell’Amministrazione Provinciale, voluta dal fascismo, abrogò l’Assemblea elettiva e sostituì Deputazione e Consiglio con gli istituti del Preside e del Rettorato, di nomina regia.
Egli fu il primo preside della Provincia di Torino, in carica dal 1929 al 1934. La sua biblioteca, donata con l’archivio alla Biblioteca, raccoglie opere di pregevole valore bibliografico, che rispecchiano le tendenze culturali di una famiglia di studiosi distintisi in epoche differenti negli studi giuridici, medici e teologico-filosofici.
Anselmi, vivace promotore di opere pubbliche, soprattutto in viabilità montana e navigazione interna, fu anche il primo presidente del Parco Nazionale del Gran Paradiso. Nel suo patrimonio bibliografico, le numerose cinquecentine testimoniano il suo interesse per l’editoria piemontese e torinese in particolare.
Si riaffacciò nei primi anni dopo la II Guerra Mondiale per trasformarsi definitivamente in Giunta Provinciale con le elezioni del 1951.
¹ Deputazione Provinciale è la denominazione che assunse l’esecutivo per tutto il sessantennio dell’Italia Liberale.
Fondo Bertagna
Umberto Bertagna, eminente studioso di Storia dell’Arte e dell’Architettura, donò alla Provincia di Torino, ora Città metropolitana, con atto del 14 aprile 2004, una copiosa serie di materiali di studio: circa 4000 volumi, in parte appartenenti al ramo materno della famiglia Melis de Villa, in parte scelti personalmente.
Il fondo bibliografico, integrato da materiali archivistici congiunti – quelli del nonno, l’architetto Armando Melis de Villa, e quelli personali di Bertagna – fu donato con il vincolo di mantenerlo unito, senza dispersione o divisione in altre raccolte, riportando il nome del donatore nell’intestazione.
Sono necessarie alcune precisazioni sui fondi e sulle vicende dei singoli personaggi per comprendere appieno la ricchezza del materiale conservato.
Armando Melis de Villa
La parte del Fondo dedicata ad Armando Melis de Villa comprende fotografie, appunti di geometria pratica e di balistica, materiali per attività didattica e conferenze, carte relative alla sua attività pubblicistica e bibliografica, e una vasta raccolta di articoli su arte, architettura e urbanistica. Tra questi, particolare rilevanza rivestono i documenti relativi al Piano Regolatore di Torino e al progetto di via Roma Nuova. Sono presenti anche lettere, fotografie e articoli sull’Esposizione di Architettura di Torino del 1928.
Nato a Iglesias il 22 maggio 1889 in una famiglia di antica nobiltà sarda, Melis de Villa fu tra i primi in Italia ad occuparsi di temi urbanistici. Fondò e diresse la rivista Urbanistica (1932-1945) e redasse, tra gli altri, i Piani Regolatori di Verona (1932, in collaborazione con Dezzutti, Midana e Marconi) e di Verbania.
Idoneo al Concorso Nazionale per la cattedra di Composizione architettonica presso il Politecnico di Torino, fu libero docente di Caratteri distributivi degli edifici nel 1937, idoneo al concorso nazionale per Caratteri degli Edifici presso la Facoltà di Architettura di Roma nel 1948, e nominato professore straordinario di Caratteri Distributivi degli Edifici alla Facoltà di Architettura di Torino nel 1954, per diventare professore ordinario nel 1957.
A Torino si occupò della riqualificazione del secondo tratto di via Roma (1933 e anni seguenti), insieme agli architetti Mario Dezzutti, Alessandro Molli-Boffa, Domenico Morelli, Maurizio De Rege e Felice Bardelli. Partecipò ai dibattiti e alle operazioni che portarono alla redazione del nuovo Piano Regolatore per Torino e provincia.
Tra le sue realizzazioni più note figurano il grattacielo in struttura metallica di Piazza Castello con l’edificio connesso su via Viotti (1933-1934), la Casa Koelliker in via Cavour angolo via Pomba (1928), l’Ospedale infantile Koelliker, la Casa Raveri in via Exilles, la costruzione per la Società Reale Mutua Assicurazioni in via Corte d’Appello 11 (1933) e Casa Ferrero Ventimiglia. Tra le opere in Piemonte, si segnala il rifugio-albergo alpino Vittorio Emanuele II al Gran Paradiso.
Melis de Villa morì a Torino il 27 aprile 1961.
Umberto Bertagna
La Biblioteca Bertagna è costituita dalle biblioteche del nonno, della nonna e dalla raccolta personale di Umberto Bertagna, in equilibrio tra storia dell’architettura, storia del Medioevo, filosofia e teologia. Occupano un posto a sé le dediche, numerose e sentite, in una famiglia dove la dedica sui libri era da generazioni quasi un culto. Tra le più significative vi sono quelle di Luciano Tamburini a Bertagna, a testimonianza di un'amicizia profonda e partecipata, rafforzata dalle vicende non sempre piacevoli della vita di entrambi. Bertagna volle donare biblioteca e archivio all’istituzione che maggiormente lo aveva accolto, e in quell’occasione la Provincia di Torino pubblicò un numero speciale della rivista Percorsi, recuperando alcuni dei suoi scritti apparsi su Edilizia.
Figlio di Emilio A. Bertagna, medico della FIAT morto il 25 aprile 1944 in un rifugio antiaereo mentre prestava soccorso, Umberto si ritrovò ancora bambino, insieme al fratello Armando e alla madre Laura Melis, a vivere con la famiglia del nonno, l’architetto Armando Melis de Villa, urbanista, docente al Politecnico e progettista di edifici di qualità e impegno.
Iniziò la sua attività di pubblicista sulla rivista Edilizia, dove vide stampati anche alcuni suoi disegni. Nel 1970 avviò una collaborazione con la rivista Cronache economiche, durata fino al 1982. Negli stessi anni svolse una capillare esplorazione delle fonti per ricostruire le vicende edificatorie della chiesa del Corpus Domini a Torino, poi pubblicate sulla rivista Palladio (aa. XXIII-XXV, 1974-1976).
Contribuì, con ampie ricerche, alla mostra e al catalogo Storia e architettura di antichi conventi, monasteri e abbazie della città di Vercelli (1976), si occupò di Filippo Juvarra in occasione della mostra alla Biblioteca Nazionale del 1979 e del Teatro Regio di Torino, con una ricerca confluita nel volume di Luciano Tamburini del 1983. Strinse un’amicizia proficua con Nino Carboneri, divenuto per lui una sorta di padre, e curò per lui l’attività didattica e ricerche confluite in lavori di grande precisione scientifica, come La reale chiesa di Superga di Filippo Juvarra (1979), fondato su uno scrupoloso scavo archivistico.
Negli stessi anni curò con Franco Rosso il capitolo Urbanistica e architettura sotto i regni di Vittorio Amedeo III e Carlo Emanuele I (1773-1798) per la mostra Cultura figurativa e architettonica negli stati del re di Sardegna, la sezione dedicata alle nozze di Vittorio Amedeo III e quella sui pensieri d’architettura per la mostra Rami incisi, dell’Archivio di Corte, nel 1981.
Bertagna fece parte del direttivo di Italia Nostra, occupandosi delle mostre Piemonte da salvare e Castelli da salvare (1968-1970) e, dal 1970 al 1972, curò il settore Stampa dell’Associazione. Nel dicembre 1977 fu nominato membro della Commissione per il Corpus Juvarrianum, incaricata di promuovere la pubblicazione dell’opera completa di Juvarra. Seguirono incarichi da parte dell’Amministrazione Civica torinese per verifiche archivistiche propedeutiche alla stesura del piano regolatore della città. I rapporti di collaborazione con la Città proseguirono negli anni successivi, fino alle ricerche per la stesura del Piano del colore a partire dal 1985. Non decollò, invece, l’incarico relativo allo studio del corpus grafico del Museo Civico riguardante l’architettura piemontese del Seicento e Settecento.
Fondo Campini
Nel 2003 la Biblioteca Grosso acquisì il Fondo librario Campini, proveniente dalla biblioteca della duchessa Elena d’Orléans e così denominato dal nome di Otto Campini, marito in seconde nozze della duchessa. Il suo primo marito fu Emanuele Filiberto, secondo duca d’Aosta, figlio della principessa Maria Vittoria Dal Pozzo della Cisterna.
Il Fondo consta di circa 3.500 opere, pubblicate a partire dal XVI secolo, e comprende una sezione di volumi autografati dalla stessa Elena d’Orléans. Il nucleo centrale è costituito da numerosi documenti dedicati agli aspetti geografici, etnografici e antropologici dell’Africa centro settentrionale. Di particolare pregio sono i diari inediti, dattiloscritti e corredati da numerose fotografie originali dell’epoca, che costituiscono una testimonianza storica dei viaggi della duchessa in Africa, iniziati nel 1907 e proseguiti negli anni Venti e Trenta del Novecento. Sono presenti anche alcune opere della duchessa, quali Voyages en Afrique (Milano, 1913), Vers le soleil qui se lève (Ivrea, 1918), Attraverso il Sahara. Giornale di viaggio, gennaio-marzo 1933 (Roma, estratto da Nuova Antologia del 1935).
Nella raccolta sono ampiamente documentati anche gli interessi del figlio Amedeo, terzo duca d’Aosta, nato a Palazzo Cisterna il 21 ottobre 1898. Ereditata dalla madre la passione per l’Africa, appena diciottenne si recò in Somalia con lo zio Luigi Amedeo, duca degli Abruzzi. Insieme esplorarono il fiume Uebi Scebeli e promossero la costruzione di una ferrovia e di un insediamento denominato Villaggio Duca degli Abruzzi. Amedeo, nominato nel 1937 governatore generale dell’Africa Orientale Italiana e viceré d’Etiopia, partecipò nel 1941 alla battaglia dell’Amba Alagi e, fatto prigioniero dagli inglesi, morì a Nairobi il 3 marzo 1942.
Le sue opere più rilevanti sono Appunti ed impressioni sul Congo Belga (Roma,1925) e Studi africani (Bologna,1942) nelle quali, accanto agli studi sul Congo, emerge una scrupolosa documentazione sui rapporti giuridici fra gli Stati e le popolazioni indigene delle colonie, in particolare nelle aree dell’altopiano del Fezzan, dell’oasi di Cufra e dell’interno della Libia. Nella collezione è presente anche una rara cinquecentina, Relazione del reame del Congo e delle circonvicine contrade, di Bartolomeo Grassi (Roma, 1591) con nove tavole originali.
Fondo Falconieri
Il colonnello Gian Carlo Falconieri fu l’ultimo erede della famiglia Giulio. La sua biblioteca, annessa al Fondo Giulio come appendice, comprende circa 200 volumi, in buona parte dedicati alla Prima guerra mondiale e all’Africa italiana.
La raccolta Falconieri include inoltre una serie di opuscoli, quasi tutti di argomento militare, e un curioso fondo cartografico, composto da minuziosi schemi delle battaglie napoleoniche.
Fondo Fusi
Nel corso del 2004 la Biblioteca Grosso acquisì, per lascito disposto con testamento olografo da Edoarda Biglio, vedova di Valdo Fusi, un corpus di libri, documenti e stampe antiche che costituivano l’intera biblioteca di famiglia.
La raccolta consta di circa 2.000 volumi, quasi esclusivamente moderni, di una cinquantina di stampe e di centinaia di fogli tra quotidiani e periodici.
La biblioteca di Valdo Fusi riguarda per la maggior parte la letteratura, sia italiana sia straniera, con particolare attenzione all’ambito angloamericano, oltre all’arte e alla storia locale, soprattutto alla storia della Resistenza partigiana e ai legami intrattenuti dallo stesso Fusi con il CLN, Comitato di Liberazione Nazionale. Un piccolo settore giuridico testimonia la sua attività forense di avvocato, fra cui la tesi di laurea in diritto processuale civile, I poteri del giudice in materia di prove, discussa nel 1934 con il relatore Mario Ricca Barberis.
Tra le opere di Fusi si segnala Fiori rossi al Martinetto, di cui la Biblioteca conserva più edizioni, il volume Torino un po', pubblicato postumo nel 1976, e le testimonianze raccolte da Luigi Firpo nel volume edito dal Centro Studi Piemontesi nel 1988, dedicato alla sua figura.
Nato a Pavia il 9 maggio 1911 e scomparso a Isola d’Asti il 2 luglio 1975, Valdo Fusi fu militante dell’Azione Cattolica dal 1924. Dopo l’8 settembre 1943 fu tra gli organizzatori della Resistenza in Piemonte. Catturato il 31 marzo 1944 insieme agli altri membri del Comitato di Liberazione Nazionale, fu processato a Torino il 3 aprile e assolto per insufficienza di prove nel corso del noto processo in cui otto membri del Comitato vennero condannati e fucilati al Poligono del Martinetto. Fusi si unì quindi ai partigiani della Divisione Piave e, durante la ritirata della formazione in Val Formazza, rimase gravemente ferito.
Dopo la Liberazione intraprese l’attività politica pubblica, divenendo prima consigliere comunale di Torino e poi consigliere provinciale, fino all’elezione a deputato per la circoscrizione Torino–Novara–Vercelli il 18 aprile 1948. Alla fine degli anni Cinquanta riprese l’attività professionale di avvocato. Nel 1965 fu nominato presidente dell’Ordine Mauriziano, carica che mantenne fino al 1970. Nel 1971 la città di Pavia lo proclamò cittadino benemerito e, nell’aprile del 1974, Torino gli conferì la cittadinanza onoraria.
Fondo Giulio
La biblioteca della famiglia Giulio è classificabile tra le raccolte di studio. Il nucleo più antico rispecchia la personalità forse più rilevante dell’importante dinastia familiare, quella di Carlo Ignazio Giulio, scienziato e uomo politico. I suoi interessi di ricerca sono chiaramente individuabili nelle opere di matematica, meccanica, ingegneria, architettura, fisica e chimica, ma anche di filosofia e letteratura, diritto e storia.
La sua biblioteca non esprime soltanto la forte individualità dello studioso, ma dispiega anche l’ampio ventaglio di discipline che costituivano il bagaglio di conoscenze di un tecnico intellettuale nel Piemonte sabaudo della prima metà dell’Ottocento. La straordinaria compattezza del Fondo Giulio testimonia inoltre un rinnovato sistema educativo, dovuto in Piemonte al contatto vivificante con la cultura francese, che affondava però le sue radici in istituzioni torinesi di ancien régime come l’Accademia delle Scienze. La presenza di personalità di spicco nelle scienze pure, quali Lagrange, aveva permesso al Piemonte di aderire con partecipazione agli sviluppi delle scienze esatte, come la fisica, la chimica e la matematica, con inevitabili risvolti applicativi, nei quali si distinsero in particolare grandi studiosi di idraulica, come Ignazio Michelotti e Giorgio Bidone.
Il particolare scientismo subalpino, segnato da una marcata propensione tecnologica, diede il tono a tutto il secolo successivo ed è forse alla base della discussa anima industriale del bacino torinese. Non è infatti casuale che nella biblioteca Giulio siano presenti numerosissime opere dell’Ottocento, soprattutto della prima metà, epoca di Carlo Ignazio, e pochissime dei secoli precedenti: dodici cinquecentine, ventuno seicentine, duecentoquarantasei volumi del Settecento, circa millecinquecento volumi e oltre duemila opuscoli dell’Ottocento.
L’intenzione di seguire il poderoso sviluppo delle scienze, pure e applicate, nel loro divenire appare evidente. È l’intenzione di uno scienziato e di un docente, ma anche di un uomo politico. Nella biblioteca si ritrovano infatti le componenti indispensabili alla formazione della classe dirigente subalpina alle soglie dell’Unificazione. Nel caso specifico di Giulio, la connessione fra elementi scientifici e amministrativi risulta particolarmente significativa, poiché espressa da una personalità propensa ad aprire il sapere tecnico alle scienze di governo, con la consapevolezza di operare da riformatore nella costruzione di un nuovo Stato.
L’accesso alla biblioteca Giulio non può che essere tematico. Emergono così l’agricoltura, con testi generali di carattere statistico, tecnologico o monografico su temi molto dibattuti nella prima metà dell’Ottocento, come la bachicoltura e la connessa gelsicoltura, la frutticoltura e la scienza della comunicazione. L’architettura è rappresentata dai grandi teorici quali Leon Battista Alberti, Serlio, Palladio, Vignola e Francesco Milizia.
La specializzazione in ingegneria idraulica di Carlo Ignazio è testimoniata, oltre che dalla presenza di numerosi volumi in materia, dalla grande raccolta dell’Architecture hydraulique di Bélidor, edita a Parigi a partire dal 1782, dagli studi di Bossut e Viallet sulle dighe, da quelli di Coulomb e fino agli studi piemontesi della metà dell’Ottocento. Un’attenzione particolare è rivolta alle problematiche dei ponti sospesi, che in quel periodo conobbero grande favore e diffusione.
Numerosi sono anche gli studi di ingegneria inglesi e francesi, poiché l’aggiornamento scientifico passava attraverso i paesi che maggiormente contribuivano al perfezionamento della meccanica, in particolare della meccanica del ferro. Giulio seguiva con grande attenzione quanto si realizzava in questi contesti, anche per le nuove prospettive che si intravedevano nello sviluppo della scienza ferroviaria, disciplina unificatrice di percorsi specializzati che andavano dalla siderurgia al vapore, dall’edilizia dei ponti alle tecniche per l’apertura delle gallerie.
L’industria è rappresentata nel Fondo Giulio non solo attraverso la pubblicistica più direttamente connessa alla sua specializzazione meccanica, ma anche tramite opere di tecnica mineraria, vetraria, alimentare, compresa la panificazione, e cartaria. Ampio è anche il settore giuridico, articolato in testi generali, lezioni, relazioni, trattati su rami specifici e in una vastissima serie di opuscoli legislativi. Accanto al diritto sono largamente rappresentate l’economia e soprattutto la finanza, ambiti indispensabili alla formazione di un attivo rappresentante del Parlamento subalpino, impegnato in una fase di profonde trasformazioni istituzionali.
Di gran lunga predominante è tuttavia la pubblicistica in ambito scientifico, con particolare riferimento alle scienze fisiche e naturali. Sono circa cinquanta le opere generali dedicate alle scienze fisiche, articolate in una ventina di discipline specifiche. Un settore a parte è costituito da resoconti di viaggio e opere affini, che includono anche volumi raccolti da un erede di Carlo Ignazio.
Un ulteriore nucleo, più recente, appartenne all’ultimo erede della famiglia Giulio, il colonnello Gian Carlo Falconieri, e presenta una spiccata individualità. Militare di carriera, attivo durante la Prima guerra mondiale, Falconieri lasciò circa duecento volumi, suddivisibili in un filone dedicato al conflitto mondiale, uno all’Africa italiana, un piccolo gruppo di romanzi di inizio Novecento, una serie di trattati di frutticoltura, alcune opere di fisiologia e numerosi volumi di storia e memorialistica militare.
Fondo Grandi
La raccolta bibliografica di Terenzio Grandi¹ mira, come ebbe a dichiarare il suo possessore, “a campionare la sola produzione libraria di una media tipografia torinese in un cinquantennio, e in più a rappresentare la mia attività di stampatore, talvolta di editore di libri e giornali”. Si tratta di un fondo piccolo, ma significativo, di circa 600 opere, ed è testimonianza dell’amore di Terenzio Grandi verso il libro, l’arte della stampa e l’ideale mazziniano.
Nella raccolta abbondano libri di storia risorgimentale e di documentazione storica mazziniana, il diario di un invalido della Prima guerra mondiale, il libro di un perseguitato modernista cattolico, il romanzetto autobiografico di un valoroso amico protestante, poi ucciso durante la Resistenza. Inoltre sono conservati i primi cinque numeri di Rivoluzione liberale di Piero Gobetti e le prime due annate del settimanale Giustizia e Libertà.
Non manca infine un folto gruppo di libri ed opuscoli con dedica autografa degli autori, ricevuti in omaggio da amici durante la sua lunga attività di pubblicista. Fra le sue opere si ricordano: Emancipazione femminile (Roma, 1906); L’opera di G.B. Bodoni (Torino, 1913); Futurismo tipografico (Torino, 1916); Mazzini aneddottico (Torino, 1955); Mazzini nella poesia (Pisa, 1959); Pensieri di G. Mazzini (Alpignano, 1961); Un mazziniano piemontese, Raffaele Vita Foa, in Bollettino della Domus mazziniana (1964); Ghisleri uomo (Torino, 1968); Scritti politici di Giuseppe Mazzini, a cura dello stesso Grandi (Torino, 1972).
¹ Grandi, nato a Valenza nel 1884, si affermò come pubblicista e, dopo un periodo di apprendistato nella tipografia Battezzati di Valenza, esercitò a Torino la sua attività di stampatore a partire dai primi anni del ’900. Visse per diciotto anni a Londra, dove lavorò come operaio tipografo presso la tipografia *Risveglio* della Baptist Missionary Society di Londra. Tornato in Italia, si propose come piccolo industriale del settore, dal 1919 al 1963, con lo Stabilimento Grafico Foa, diventato *Impronta* dal 1938. L’ultima parte della sua vita fu occupata interamente dalla passione per gli studi storici, con particolare attenzione alla figura di Giuseppe Mazzini, studiando la quale ebbe modo di manifestare apertamente il suo antifascismo e di esprimere il suo fervente attivismo repubblicano. Più volte segretario del Partito Repubblicano torinese, per le sue idee antifasciste subì molte perquisizioni e nel 1928 fu incarcerato. Grandi morì a Torino il 4 luglio 1981.
Fondo Griffini
La biblioteca di Umberto Griffini, - circa 400 esemplari, fra libri ed opuscoli - fu donata alla Biblioteca Grosso nel 1972. La raccolta, di carattere, quasi esclusivamente, storico-militare, ben rappresenta gli interessi del Griffini, capitano dell'esercito, ma anche avvocato e studioso della materia. Il volume Le medaglie d'oro al valor militare, 1833-1925, Torino, 1925, compilato da Griffini in collaborazione con Nicola Brancaccio, Costante Giraud e Alessandro Salamano, egli ricorda due componenti di una nota famiglia di militari lodigiani – con cui era verosimilmente imparentato - distintisi in numerosi episodi del Risorgimento: Saverio (1802-1884), decorato sul campo di Goito l'8 aprile 1848, e Paolo (1811-1878), emerso nella carica del Macerone, il 20 ottobre 1860. Griffini, in collaborazione con gli stessi curatori sopra nominati, editò anche, nel 1936 a Torino, Le medaglie d'oro al Valor Militare dell'Africa orientale. Il Regolamento per l'esercizio della fanteria del 1838 e il Codice della Guardia Nazionale Italiana1 del 1861 sono tra i volumi più interessanti.
1. La Guardia Nazionale sorta in seguito all'Unità d'Italia e utilizzata per reprimere il brigantaggio e la resistenza degli ultimi nostalgici del Regno delle Due Sicilie, fu sciolta definitivamente nel 1876. Il suo precedente storico fu la Guardia Nazionale istituita da Carlo Alberto con il Regio Editto del 4 marzo 1848, sul modello del corpo armato, formato da semplici cittadini, che durante la Rivoluzione francese era incaricato di mantenere l'ordine pubblico e la difesa della libertà.
Nello Statuto Albertino le veniva attribuito il compito di "difendere la Monarchia e i diritti che lo Statuto ha consacrati, per mantenere l'obbedienza alle leggi; conservare o ristabilire l'ordine e la tranquillità pubblica, secondare all'uopo l'esercito nella difesa delle nostre frontiere e coste marittime".
Fondo Lange
Di Augusta Lange (Torino, 1908 – 1995), funzionaria degli Archivi di Stato di Torino nonché esperta di storia dell'arte in Piemonte, la Biblioteca Grosso ha acquistato la sua biblioteca, circa mille volumi, condivisa con il fratello Guglielmo e con Augusto Doro, archeologo.
L'insieme di biblioteca e archivio, donato quest’ultimo tramite legato testamentario, rappresenta un punto di passaggio obbligato per chi si occupa delle vicende storico-artistiche legate al Barocco in Piemonte, soprattutto grazie alle numerosissime note documentarie su Guarino Guarini e Filippo Juvarra.
L'ambito delle ricerche di Lange si estende anche al tardo Medioevo, attraverso indagini sui pittori e sui cicli pittorici quattrocenteschi, e al primo Cinquecento, affrontando spesso anche temi di pertinenza più propriamente storica, quali le indagini sulla demografia delle valli cuneesi e gli approfondimenti savoiardi, indice di un’attività allargata anche alle società storiche d'oltralpe, largamente testimoniata.
Fondo Morselli
Acquisito nel 2001, è costituito da una vastissima collezione di materiali in lingua piemontese: liriche, dizionari, almanacchi, testi teatrali raccolti da Erminio Morselli in oltre venti anni. Si tratta di circa un migliaio di pezzi compositi, tra libri, manoscritti, dépliant, brochure e pezzi d'occasione, che coprono un arco temporale dal 1564 al 1930.
La letteratura in piemontese si apre in un ventaglio di varianti territoriali, tra cui il monferrino, nel quale spicca l'interessante manoscritto del canonico e viaggiatore Giuseppe De Conti, che nel 1792 tradusse in dialetto la Gerusalemme liberata. Non è quest'opera l'unica a testimoniare l'interesse per l'epica da parte degli autori piemontesi: degna di nota è anche la traduzione in piemontese del secondo libro dell'Eneide, pubblicata nel 1887 come Ocupassioun d'un pover vei giubilà. Liber secund., del deputato di Destra Giuseppe Alasia (1820-1893), in seguito prefetto di Bari e segretario generale del Ministero della Pubblica Istruzione.
Un vasto repertorio di testi teatrali, almanacchi e ballate in versi è costruito intorno alla maschera di Gianduia, ispiratrice dell’epica carnascialesca delle Giandujeidi, con trama elaborata da Giuseppe Giacosa, che animò quattro rappresentazioni tra il 1868 e il 1873, più una quinta nel 1893.
Spicca nel corpus dei materiali la rarissima raccolta completa (1831-1849) del Parnas Piemonteis, almanacco in prosa e in versi, definito da Queirazza "un tesoretto di ricordi casalinghi", "un compendio significativo della produzione letteraria in lingua locale" di quegli anni. L'almanacco esclude volutamente l'argomento politico, ma affronta la questione della lingua e della codificazione della sua grafia. Quasi inevitabile è la presenza delle Canzoni popolari del Nigra e delle Canzoni piemontesi del Brofferio, prima edizione luganese del 1839
Anche il teatro è ben rappresentato, grazie all'ampia presenza di commedie, soprattutto ottocentesche, tra cui la prima edizione del 1887 delle Miserie d'monsù Travet del Bersezio e i copioni della Compagnia Toselli, dal nome dell'attore garibaldino che fondò il teatro dialettale piemontese. Sui copioni manoscritti compare spesso il marchio del capocomico e la durata dello spettacolo.
Tra il 1763 e il 1838 si collocano 15 fogli e un manoscritto di rime astigiane dedicate al Palio d'Asti; del 1788 è il rarissimo Almanacco di sanità in italiano del medico cuneese Maurizio Pipino, che intendeva compilare un’enciclopedia medica tascabile destinata a un pubblico il più vasto possibile, in particolare a chi si trovasse nella necessità di soccorrere e curare infermi in luoghi dove i presidi medici erano scarsi. Interessante e molto rara è la raccolta di farse del commediografo astigiano Gian Giorgio Allione, attivo tra la seconda metà del XV secolo e il primo ventennio del XVI. Non potevano naturalmente mancare le edizioni 1802-1803 delle Favole morali di Edoardo Calvo, pietra miliare della letteratura in piemontese, e varie canzoni del suo predecessore e precursore Ignazio Isler, erudito francescano torinese vissuto in pieno Settecento, suonatore di cembalo e compositore di sapide ballate popolari, quasi una sorta di cantastorie dell’epoca.
Del Fondo fanno parte anche i dizionari dialettali, dal più antico, il Promptuarium piemontese-latino di Michele Vopisco, pubblicato a Mondovì nel 1564, fino al Dictionnaire portatif piemontais-français del Capello del 1814, al Disionari piemonteis/italian/latin/franseis del 1830 di Zalli, al Vocabolario piemontese-italiano dello stesso anno del Ponza, fino al fondamentale Gran dizionario piemontese-italiano del 1859 del Sant'Albino. Presente anche il Saggio sui dialetti gallo-italici di Bernardino Biondelli, Milano 1853. Nelle disponibilità della Biblioteca si trovano, al di là dei materiali del Fondo Morselli, alcuni vocabolari che rappresentano le diverse varianti del piemontese: vercellese, acquese, alessandrino, monferrino, vogherese, valsesiano, un dizionario del dialetto di Novi Ligure, del dialetto valdese della Val Germanasca, una Raccolta di vecchie parole gattinaresi e persino un castellano-piemonteis e un gergale Vocabolari d'la mala.
La Gerusalemme liberata in dialetto monferrino
In una rassegna bibliografica condotta nel 1966 da Alessandro Tortoreto, risultano censite circa quindici traduzioni della Gerusalemme liberata in vari dialetti italiani. L’arco cronologico di queste opere spazia dal 1628 (in bolognese antico) al 1948 (in sardo) e comprende anche il manoscritto inedito del canonico Giuseppe De Conti, vicario della Diocesi di Casale, vissuto tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo.
L’opera, dedicata al marchese Francesco Grisella, è una traduzione integrale del poema tassiano in dialetto monferrino. L’autore, membro dell’Accademia degli Unanimi di Torino con lo pseudonimo di "Il Guidante", fu una singolare figura di studioso con profondi interessi storici. Lasciò infatti studi di rilievo, tra cui il Ritratto della città di Casale (un manoscritto in folio del 1794) e persino un libretto d'opera, anch'esso in dialetto monferrino, intitolato La difesa di sei terre del Monferrato nella fuga del Duca di Mantova del 1780.
Nel 1774, in occasione del Giubileo dell'anno successivo, De Conti partì per Roma in compagnia di un amico e collega e di un servitore. Di questo viaggio, caratterizzato da numerose tappe e deviazioni tra cui Napoli e Venezia, il canonico scrisse un diario: un mosaico di riflessioni e testimonianze sull'Italia dell'epoca, pubblicato nel 2007 dalla casa editrice Interlinea.
La Gerusalemme tradotta dal De Conti risale al 1792 e consta di 427 pagine. L'autore scelse di sostituire il tono epico e patetico del Tasso con un linguaggio popolaresco, seppur mai volgare; utilizzò per le similitudini ambientazioni casalesi e tentò di rivendicare l’ascendenza autoctona di alcuni personaggi. Un esempio è Tancredi, qualificato come appartenente alla "prosapia degli antichi Alerami, marchesi del Monferrato", operazione che portò a una "monferrinizzazione" dei crociati al suo seguito. Il tono della traduzione è marcatamente popolare, come si nota fin dalla prima strofa, in cui Goffredo di Buglione viene descritto come “Cap d’l’armada anss i doi pè”. Numerosi sono i riferimenti alla vita casalese del tempo: nella tredicesima strofa, ad esempio, l’arcangelo Gabriele in volo viene definito “pù alger d'un balon volant”, un’immagine che rimanda alla prima mongolfiera alzatasi a Casale nel 1783 davanti a un pubblico ammirato e sbalordito.
Le Giandujeidi
Tra il 1868 e il 1872 si svolsero a Torino, durante il periodo del Carnevale, quattro rappresentazioni in onore di Gianduja. Queste andarono in scena lungo via Po sotto forma di una pantomima, tra rievocazione storica e invenzione, basata sulla trama di Giuseppe Giacosa. La narrazione iniziava con il ritrovamento di Gianduja tra le foglie di un cavolo colossale nella piazza di Callianetto (con la successiva caduta in un tino pieno di Barbera) per poi proseguire con le sue eroiche imprese durante la resistenza dei cittadini di Viù contro l'invasione di Annibale. Una quinta rappresentazione ebbe luogo nel febbraio del 1893 e coinvolse ben 1500 attori in costume.
Tra le carte del Fondo Morselli, l'epica di Gianduja è documentata da una variegata collezione di materiali. Tra questi figurano le annate complete 1866-1867 de La Gazeta d'Gianduja, un bisettimanale di dialoghi e poesie sull'attualità storica che presentava maschere o tipi a contrasto, fotografie della vita torinese, oltre a macro e micronotizie. Al giornale collaborava anche il Pietracqua con racconti e poesie.
Sono inoltre presenti gli Almanacchi degli anni 1868 e 1870, calendari venduti all'epoca al valore di 5 centesimi l'uno, e lo spartito de La Giandujeide, una canzone carnascialesca con parole di Cesare Scotta e musica di Giuseppe Stella, venduta a 50 centesimi. Infine, sono conservate anche le celebri carte di forma esagonale che avvolgevano le piatte caramelle Gianduja di varie dimensioni.
La Compagnia Toselli
Nel 1857 Giovanni Toselli (1819-1886), attore cuneese e garibaldino, fondò la Compagnia Drammatica Nazionale. Incoraggiato da Gustavo Modena, attore e segretario della medesima compagnia, egli si dedicò al teatro dialettale e divenne popolarissimo. Per lui scrissero noti autori della scena piemontese quali Garelli, Zoppis, Pietracqua e Chiaves; inoltre, molti attori, anche in lingua, si formarono alla sua scuola.
Con la Compagnia andò in scena per la prima volta, il 4 aprile del 1863 al Teatro Alfieri di Torino, Le miserie 'd Monsù Travet di Vittorio Bersezio. L'autore descrive così quell'avvenimento:
"Il bel primo giorno di quaresima si fece alla Compagnia la lettura della commedia, e poi per trenta e più giorni, con pochi riposi trammezzo, la si venne provando, nei particolari prima, poi
La "prima" non andò bene, ma dalla seconda serata in poi la commedia fu un successo, gran parte del quale fu dovuto, come scrive ancora Bersezio, "certamente alla eccellenza della esecuzione". Il Toselli, che tanto tempo e tante cure aveva impiegato nello studiare e fare studiare alla Compagnia la commedia, si riebbe subito dopo lo scoraggiamento prodotto dal cattivo esito della prima serata. Grazie al successo della seconda, continuò a mettere in quella parte tutto il meglio del suo ingegno, migliorando e aggiungendo costantemente nuove sfumature a quel personaggio, fino a renderlo una persona reale abbellita dalla luce dell'arte. Fra quanti sostennero quel ruolo, nessuno giunse a uguagliare il Toselli, che incarnò con assoluta evidenza l'essere fantastico immaginato dall'autore.
Infine Toselli, al culmine dei suoi successi e per dimostrare l'attaccamento alla sua città, costruì a proprie spese a Cuneo un teatro che venne chiamato Teatro d'Estate. Inaugurato il 14 luglio 1874, fu attivo soprattutto nei mesi estivi con spettacoli popolari. Dopo un periodo di splendore la struttura, gravata da passivi economici, dovette essere ceduta da Toselli al Comune per la cifra di 35.000 lire. Dopo la morte del capocomico, l'edificio prese il nome di Teatro Toselli.
L'almanacco di Sanità di Maurizio Pipino
Maurizio Pipino, medico cuneese, fu l'autore della prima grammatica piemontese, del primo vocabolario quadrilingue (che comprendeva piemontese, francese, latino e italiano) e della prima antologia poetica, contenente le ventiquattro canzoni più belle di Padre Isler, tutti editi a Torino nel 1783.
A partire dal 1786, presso la stamperia Soffietti di Torino, fu pubblicato il suo Almanacco di Sanità, di cui la Biblioteca Grosso possiede il rarissimo esemplare edito "per l'anno bisestile 1788". In questo numero Pipino tratta delle malattie autunnali, delle loro cause e delle possibili cure. "Questa è la stagione più malsana dell'anno", scrive l’autore, "le febbri quartane e intermittenti sono più lunghe a guarire; le malattie croniche tendono a peggiorare e la gente vi muore più frequentemente [...] onde nacque il nostro proverbio Al groê dle feuje: Al cader delle foglie...".
Per contrastare l'abbondanza degli umori egli consiglia i salassi, mentre per i mali causati dai funghi, considerati veri e propri pericoli stagionali, suggerisce emetici e purganti. In coda all'almanacco si trova una piccola antologia di rime piemontesi; nel numero del 1788 è presente una versione del noto poemetto L'arpa dëscordà, attribuita al sacerdote Francesco Antonio Tarizzo. Il protagonista corale di questa composizione di carattere epico-storico, nella quale in quasi duemila versi si narra l'assedio e la liberazione di Torino del 1706, è il popolo, protagonista tanto nella lingua quanto nella vicenda narrata.
Gian Giorgio Allione
Originario di Asti, Allione cominciò a scrivere intorno al 1490 e pubblicò nel 1521 la sua Opera iocunda. Il volume comprende alcune rime in dialetto e in francese, oltre a una macharonata, ma si distingue soprattutto per un certo numero di farse originali e irriverenti. Tali componimenti risultano distanti sia dallo spirito dell'epoca umanistica sia da quella che sarebbe diventata l'epopea popolare del Ruzante; mantengono infatti un impianto medievale, con probabili influssi del teatro francese e delle tradizioni carnascialesche.
Tra le sue dieci farse, che costituiscono il primo esempio di teatro in piemontese, va ricordata soprattutto la Comedia de l'homo e de soi cinque sentimenti: un apologo nel quale l'autore dimostra che tutti i sensi di cui l'uomo è dotato hanno la medesima importanza.
Edoardo Calvo
Edoardo Calvo, nato a Torino nel 1773 e morto nella stessa città nel 1804 a causa del tifo, è il maggior poeta in dialetto piemontese. Giacobino, perseguitato per le sue idee e due volte esiliato in Francia, fu un esponente della gioventù illuminista e fautore di un'Italia libera e unita. Autore di uno dei più robusti canti rivoluzionari italiani, il Passaport dj' aristocrat, non sopportava né il cesarismo napoleonico né il reazionarismo dei Savoia.
Egli può essere definito come uno dei più importanti poeti satirici italiani in lingua dialettale. Nelle sue Favole morali del 1802, egli dà vita, sotto le sembianze degli animali della favolistica tradizionale, alle figure storiche cui si oppone e contro cui conduce una sarcastica e sferzante requisitoria.
Nella favola Le sansue e 'l bòrgno (Le sanguisughe e il cieco), egli adombra i francesi nelle sanguisughe mentre succhiano il sangue a un cieco, ovvero il Piemonte, il quale li ha accolti illudendosi che fossero riformatori umanitari, rischiando la morte per dissanguamento.
... Sta fàvola, ch'i lese 'n sghignassand, / veul dì ch'venta guardesse da coi tai / ch'a vivo për el mond an crijassand: / Balsamo e sparadrap për tuti i mai! (Questa favola, che leggete sghignazzando, vuol dire che bisogna guardarsi da coloro che girano gridando per il mondo: Balsami e cerotti miracolosi contro tutti i mali!)
Ignazio Isler
Padre francescano torinese, Ignazio Isler (1702-1788), appartenente all'Ordine dei Trinitari calzati nel convento della Crocetta, scrisse nel dialetto del tempo una nutrita serie di poesie e canzoni, essendo egli anche musicista e suonatore di cembalo, oltre a farse e commedie di carattere profano, popolaresco e di tono satirico. La satira è del resto una delle chiavi di volta della letteratura in piemontese, dall'antico Allione all'Isler appunto, dal Calvo al Brofferio fino al Rosa.
Nelle canzoni dell'Isler si affollano macchiette cittadine e campagnoli sempliciotti, quel mondo un po' bambocciante che si ritrova nelle pitture di genere dell'epoca, reso in una lingua vivida, grassa e salace, ma di penetrante appropriatezza. Molti sono i personaggi tipici delle sue ballate, fra cui ricordiamo Barba Giròni e Martin Potagi, Lucressia Gilofrada con le sue tre figlie e quel Giaco Tross, gran bevitore che nel suo Testament raccomanda di essere sepolto in cantina. La causa della morte, secondo il testo, sarebbe stata l'aver bevuto una volta acqua dal pozzo invece del vino spillato dalla botte.
Fondo Parenti
"Bibliofilo di cuore lieto che esplora la casa dei nonni", "Nato nel 1900 con gli occhi rivolti all'indietro": con questi termini accattivanti, negli anni '50 del Novecento, i rotocalchi italiani descrivivano il bibliografo, bibliologo, editore e saggista Marino Parenti (Asola 1900, Firenze 1963), all'epoca personaggio noto al largo pubblico per la rubrica radiofonica L'Approdo dei bibliofili. Si trattava di espressioni con cui si cercava di far dimenticare il rigido, ma anche generoso, funzionario, già braccio destro di Giovanni Gentile, attivo nella propaganda del libro italiano all'estero, nella creazione dell'Enciclopedia Italiana e, in seguito, primo direttore del Centro Manzoniano presso la Casa del Manzoni a Milano.
Negli anni fiorentini di Parenti, dal 1948 al 1963, in qualità di dirigente della Sansoni, la sua notorietà di bibliografo crebbe in parallelo con la sua fama di abile raccoglitore di rarità bibliografiche. La sua biblioteca personale fu oggetto di articoli giornalistici che ne sottolineavano la peculiarità e l'unicità. Incentrata su un nucleo piuttosto consistente di opere rese uniche da qualche particolarità spesso non evidente, la raccolta rifletteva anzitutto gli interessi culturali del proprietario, con l'attenzione rivolta in gran parte all'Ottocento letterario e, in particolare, alla figura di Alessandro Manzoni.
La sua consuetudine con le edizioni ottocentesche era capillare e profonda, e rivelava un istinto quasi rabdomantico nell'identificare trouvailles di pregio. Grande frequentatore di bancarelle e librerie antiquarie, libraio antiquario lui stesso negli anni romani, la sua biblioteca riflette le scelte di una vita ma rivela anche, nel nucleo delle rarità, un preciso progetto che confluì nella pubblicazione dell'opera in più volumi Rarità bibliografiche dell'Ottocento. Il resto della biblioteca comprende soprattutto i materiali di lavoro di un accanito compilatore di bibliografie e di un dirigente a cui la casa editrice Sansoni, gestita dai figli di Giovanni Gentile, aveva assegnato un settore indipendente: la Sansoni Antiquariato, con la collana Biblioteca bibliografica italica.
Un discorso a parte è rappresentato dagli opuscoli, raccolti a migliaia e utilissimi per minute ricerche sull'Ottocento letterario, da Parenti esplorato nei più nascosti risvolti con volumi e articoli compilati in punta di penna, con arguzia e apparente leggerezza.
Fu Luigi Firpo, amico di Marino Parenti e collaboratore della Biblioteca bibliografica, a preoccuparsi del destino della collezione dopo la morte del grande bibliofilo, impedendone la dispersione con una proposta di acquisto alla Provincia di Torino, accolta non senza difficoltà iniziali. Nel 1966 l’allora Amministrazione Provinciale acquistò infine la biblioteca e gli altri fondi appartenuti a Parenti. Composto di circa 12.000 pezzi fra volumi ed opuscoli, il Fondo bibliografico Parenti è una miniera di informazioni, curiosità e rarità per la ricerca storica, letteraria, filologica e tipografico-editoriale del XIX secolo. Eccezionale è la raccolta di prime edizioni, resa preziosa da esemplari unici che recano le dediche autografe di Manzoni (di cui è presente anche l'edizione dei Promessi Sposi detta Ventisettana), Foscolo, Leopardi, Pellico, Carducci, Giusti, Tommaseo, Collodi, Pascoli, Verga e Dino Campana, con una copia della prima edizione dei Canti orfici violentata dall'autore, e moltissimo altro.
La biblioteca Parenti, insieme all'archivio personale, la raccolta fotografica, l'epistolario e la raccolta autografica, forma uno dei nuclei qualitativi più elevati della Biblioteca di Storia e Cultura del Piemonte "G. Grosso", in una prospettiva che supera di gran lunga i limiti regionali.
Fondo Viglione
Una cinquantina di libri antichi, pubblicati tra il 1772 e il 1933, costituiscono il fondo Lucia Bersezio Viglione. La collezione comprende il trattato filosofico di Cicerone De officiis nell'edizione del 1780, il volume Augustae Taurinorum ex Typographia Regia e la Nuova Guida de' Forestieri (Napoli, 1772), pubblicata a spese del libraio Saverio Roffi. Sono presenti inoltre libri dell'Ottocento, tra cui i tre volumi della Commedia di Dante Alighieri, stampata nel 1869 a Milano da Francesco Pagnoni Tipografo Editore, e i tomi compresi in P. Virgilii Maronis Opera. Risalgono invece al 1875 le Opere complete di Silvio Pellico (Napoli, Stabilimento Tipografico del Guttemberg) e al 1876 il Don Chisciotte della Mancia, pubblicato a Milano da Sonzogno.
I volumi provengono dal ramo familiare materno Bersezio, più precisamente da Don Giovanni Bersezio, parroco per circa quarant'anni a Fontane di Frabosa in provincia di Cuneo, e sono stati donati alla Biblioteca Grosso dalle sorelle Alda e Graziella Viglione. "Don Giovanni Bersezio era zio paterno di nostra mamma Lucia Bersezio Viglione", spiegano le sorelle, "e proprio alla nostra mamma vorremmo dedicare questa donazione di libri".