Il patrimonio culturale
Patrimonio

Curiosità e approfondimenti

In questa sezione trovano spazio alcune digitalizzazioni di volumi, saggi e opere custoditi negli scaffali della Biblioteca storica, richiesti dagli utenti e forniti gratuitamente via mail.

Ricordiamo che il servizio di scansioni online è attivo e gratuito: per informazioni e richieste è possibile scrivere a biblioteca_storica@cittametropolitana.torino.it 

Sono inoltre presentate alcune curiosità delle collezioni, tra cui stemmi araldici, libri minuscoli e di grandi dimensioni, materiali di arti grafiche, oltre a scritti e lettere di autori illustri come Giacomo Leopardi, Guido Gozzano e Vittorio Alfieri.

Le rarità torinesi raccolgono testi rari e antichi dedicati a Torino e al suo territorio, digitalizzati e messi a disposizione dei lettori.

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Curiosando in biblioteca
Una carta d'identità simbolica: gli stemmi araldici

Alberi, torri, croci, stendardi, leoni, grifoni, aquile, draghi, cavalli rampanti e perfino rinoceronti: tutta l’intricata fauna e flora dell’araldica¹, tra reale e immaginario, prende forma negli stemmi vivacemente acquerellati che illustrano il pregevole volume manoscritto Trattato grandioso e la serie generale de’ cavalieri del supremo Ordine della Santissima Annunziata…, di autore anonimo, datato Torino 1765.

Il volume in folio² contiene 365 grandi stemmi gentilizi relativi ai personaggi insigniti del Collare della Santissima Annunziata nel corso di quattro secoli, da Amedeo VI, il Conte Verde, fino al principe Eugenio di Carignano. L’Ordine del Collare³ rappresenta la massima onorificenza di Casa Savoia. Il suo scopo era favorire l’unione e la fraternità tra i potenti, così da evitare le guerre private, ed era riservato ai nobili più illustri e fedeli. Le insegne originarie consistevano in un collare d’argento dorato con il motto FERT, chiuso da un anello con tre nodi sabaudi.

Il manoscritto, di grande interesse araldico e storiografico, concepito sulla falsariga di quello del Caprè (Torino, 1654), appartenne alla celebre famiglia Arborio di Gattinara. Esso consta di sedici pagine numerate di introduzione storica, scritte in elegante corsivo, e di 413 facciate numerate, contenenti testi sulla storia di alcuni dei personaggi citati e ben 363 grandi stemmi gentilizi stampati in seppia e successivamente dipinti a tempera e acquerello. Altri 29 stemmi sono collocati all’inizio, all’interno e alla fine del volume.

La Biblioteca conserva inoltre altro materiale araldico di notevole interesse, reperibile in numerosi fondi archivistici, tra cui principalmente la Raccolta Claretta, e poi ancora gli archivi Carrone di San Tommaso, Cotti di Ceres, Gazzelli di Rossana, Bosio di Asti, Bosses di Bosses, Famiglie e paesi per A e B.
 



Ricordiamo che:

¹ L’araldica nasce nel Medioevo come sistema coerente di identificazione di persone, famiglie e istituzioni.

² In folio (o in-fòglio) è un termine tipografico e bibliografico che indica il formato più grande del libro, ottenuto piegando un foglio di stampa una sola volta. Storicamente è il formato dei primi libri a stampa, come gli incunaboli; oggi designa volumi di grandi dimensioni, generalmente superiori ai 38 cm.

³ L’Ordine fu fondato da Amedeo VI nel 1362, in occasione del matrimonio della sorella Bianca con Galeazzo II Visconti.

Tutte le lune di Leopardi

All’interno del Fondo Parenti, prezioso scrigno di rarità bibliografiche, si conservano alcune prime edizioni dei capolavori dell’Ottocento italiano di Foscolo, Manzoni e Leopardi. Di quest’ultimo sono presenti sia la prima edizione delle Canzoni, edita a Bologna da Nobili e Compagnia nel 1824, sia quella dei Versi, pubblicata sempre a Bologna dalla Stamperia delle Muse nel 1826.

Leopardi soggiornò a Bologna nel 1825, dove conobbe il conte Carlo Pepoli, destinatario della celebre Epistola, inclusa, insieme agli Idilli, nell’edizione del 1826. All’anno successivo risale la prima edizione delle Operette morali, pubblicata a Milano presso l’editore Stella, che raccoglie le venti prose composte entro il 1824.

Tra il 1825 e il 1833 Leopardi viaggiò tra Bologna, Pisa, Recanati e Firenze, ma il soggiorno più lungo fu nel capoluogo toscano. Qui, nel 1831, presso l’editore Piatti, pubblicò la prima edizione dei Canti, dedicata agli amici di Toscana. Il volume comprende le Canzoni, i Piccoli e Grandi Idilli e la già citata Epistola al conte Carlo Pepoli. Sempre a Firenze il poeta conobbe la nobildonna Fanny Targioni Tozzetti, la “dotta allettatrice” del Ciclo di Aspasia, e lo scrittore e patriota napoletano Antonio Ranieri, con il quale strinse un sodalizio che lo condusse a trasferirsi a Napoli nel 1833.

Napoletana è infatti l’ultima edizione delle opere leopardiane pubblicata con il poeta ancora in vita, definita “corretta, accresciuta e sola approvata dall’autore”, uscita nel 1835 presso l’editore Starita. Il progetto prevedeva più volumi, ma la censura borbonica ne sequestrò ripetutamente la stampa, consentendo la circolazione di poche copie. Esse contengono tutti i Canti, compreso il Ciclo di Aspasia e le Canzoni sepolcrali, e le prime tredici Operette morali. L’edizione non poteva naturalmente includere La ginestra Il tramonto della luna, composti nel 1836 a Torre del Greco.

Queste ultime liriche furono pubblicate postume nell’edizione completa delle opere curata da Antonio Ranieri per l’editore Le Monnier di Firenze nel 1845, non presente nel Fondo Parenti. Tra le curiosità della raccolta spicca una traduzione in armeno di una scelta dei Canti leopardiani, realizzata dal padre Arsenio Ghazikian, religioso mechitarista del monastero di San Lazzaro degli Armeni di Venezia. Le Poesie scelte, pubblicate con testo a fronte nel 1898, includono All’Italia, il Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, Il sabato del villaggio, Il passero solitario, Nelle nozze della sorella Paolina, Le ricordanze e La vita solitaria. Un dialogo ideale a distanza con il poeta che, negli anni dello “studio matto e disperatissimo”, si dedicò anche alla lettura e alla traduzione di testi armeni, servendosi di versioni latine.

Curiosità botaniche

Sono molti i testi di botanica, con inerenti curiosità, conservati presso la Biblioteca Grosso. Alcuni fanno parte del Fondo Giulio, proprietà dello scienziato di cui porta il nome, come ad esempio La Théorie e la pratique du jardinage, manuale di giardinaggio dell'abate Roger Shabol, stampato a Parigi nel 1767 e il trattato di botanica Pinax Theatri Botanici di Gaspard Bauhin, Basilea 1671. Al Bauhin si deve l'introduzione nella tassonomia, della nomenclatura binomiale, che sarà poi adottata da Linneo.

Sono poi reperibili scritti dei più noti botanici piemontesi, da Carlo Allioni a Giovanni Battista Balbis, da Lorenzo Freylino a Luigi Colla. Tra le curiosità, anche un erbario con esemplari specifici del territorio.

Carlo Allioni

Medico e botanico torinese nato nel 1728 e morto nel 1804, fu inizialmente protomedico di Amedeo III di Savoia e in seguito professore di botanica all’Università di Torino. Nel 1763 ottenne la carica di direttore dell’Orto Botanico cittadino. Sotto la sua guida la ricerca scientifica conobbe un notevole sviluppo, grazie alla riorganizzazione delle specie vegetali e al loro significativo incremento, che passò da 317 a oltre 4.500 esemplari.

Scienziato di primo piano e convinto sostenitore delle teorie di Linneo, con il quale intrattenne una fitta corrispondenza, raccolse un vasto erbario composto da circa 11.000 esemplari, oggi conservato presso l’Orto Botanico di Torino. Alla sua morte, la collezione fu acquistata da Giovanni Battista Balbis.

La sua opera fondamentale è la Flora Pedemontana, sive enumeratio methodica stirpium indigenarum Pedemontii, pubblicata nel 1785, di cui la Biblioteca Grosso conserva un esemplare originale. Il trattato, articolato in due volumi, è considerato uno dei più importanti contributi floristici a livello europeo e certamente il più rilevante per il Piemonte. Vi sono descritte 2.831 specie di piante del territorio piemontese, 221 delle quali illustrate in 92 raffinate tavole iconografiche realizzate da Pietro Peyroleri. L’opera testimonia pienamente come il Settecento sia stato il secolo d’oro dell’illustrazione botanica, in cui sapere scientifico e arte visiva dialogavano in modo stretto e fecondo.

Giovanni Battista Balbis

Uomo politico, medico e botanico piemontese, nato a Moretta nel 1765 e morto a Torino nel 1831, Giovanni Battista Balbis si laureò presso la Facoltà di Medicina di Torino, dove ebbe modo di seguire le lezioni di botanica di Carlo Allioni. Membro di spicco dei circoli giacobini piemontesi, a causa delle sue idee liberali e progressiste fu coinvolto nei moti rivoluzionari del 1794 ed esiliato in Francia. Da quel momento la sua vicenda personale si intrecciò con l’esperienza napoleonica, fino alla Restaurazione sabauda del 1814, che lo costrinse a ritirarsi a vita privata. Solo in seguito Vittorio Emanuele I firmò la sua riammissione all’Accademia delle Scienze di Torino.

Negli anni napoleonici Balbis diresse l’Orto botanico di Torino, che dopo la morte di Allioni versava in uno stato di grave abbandono. Grazie al suo intervento l’Orto fu riorganizzato e il numero delle specie coltivate aumentò di circa 1.900 unità. Negli ultimi anni della sua vita fu anche direttore dell’Orto botanico di Lione, contribuendo in modo significativo al suo arricchimento. L’erbario da lui raccolto è oggi conservato presso l’Orto botanico di Torino, all’interno dell’Herbarium Universitatis Taurinensis, insieme a quello di Allioni.

Studioso appassionato della flora piemontese, Balbis fu il primo a segnalare la presenza della Pinguicola alpina nei pressi di Pecetto. La Biblioteca conserva alcune sue opere fondamentali, tra cui il Catalogus stirpium Horti Academici Taurinensis (Torino, 1813), con chiose autografe, e l’Elenco delle piante crescenti ne’ contorni di Torino (Torino, 1800-1801), corredato da indicazioni sui luoghi di rinvenimento e sulle proprietà delle specie descritte. Nell’introduzione Balbis precisa che per contorni del Comune di Torino si intende un’estensione di circa sei miglia e sottolinea come il lavoro sia il risultato di numerose escursioni botaniche condotte sul territorio.

Il giardino perduto di Lorenzo Freylino

Un meraviglioso giardino botanico, che nel 1814 l’erudito Giansecondo De Canis così descriveva: "il migliore che vi sia in Piemonte, egl'è provvisto d'oltre seimila piante tutte rare... alberi dalle varie parti del mondo... Gl'agrumi sono piantati nel terreno e non in vasi", sorgeva a Buttigliera d’Asti, all’interno del palazzo Baronis, proprietà del conte Lorenzo Freylino, appassionato botanico.

Nel 1785, lo stesso anno in cui uscì la Flora Pedemontana di Allioni, Freylino pubblicò il catalogo delle 953 specie da lui coltivate, adottando la nomenclatura e il sistema di Linneo. La Biblioteca Grosso conserva una copia di questo catalogo, insieme a un piccolo fondo di carte del botanico.

Nel suo orto, Freylino creò un’ambientazione particolare, con statue neoclassiche, vasche di pesci e una stazione meteorologica. Giacobino come Balbis e Colla, donò ai suoi concittadini l’albero della Libertà, innalzato il 31 gennaio 1799 nel centro della piazza di Buttigliera e decorato con i tre colori della Repubblica durante una festa durata tre giorni, con distribuzione gratuita di pane, riso, agnolotti, malvasia e nebbiolo spillati da due fontane vicino al palazzo.

Purtroppo, alla morte di Freylino nel 1820, a causa di lunghe contese giudiziarie, il patrimonio andò disperso e il giardino, rovinato dall’incuria, scomparve.

Luigi Colla

Giurista di professione, Luigi Colla si laureò con una tesi ispirata all’opera di Beccaria. Come Balbis, al quale era legato da amicizia, e Freylino, fu un uomo politico di idee giacobine, partecipò all’epopea napoleonica ed è ricordato anche come grande botanico piemontese. Nacque a Torino nel 1766 e vi morì nel 1848.

Ritiratosi a vita privata, acquistò a Rivoli una villa con un ampio podere che trasformò in un orto botanico. Lo descrisse nella sua prima importante opera, L’Antolegista botanico, pubblicata nel 1813 in sei volumi con 17 tavole incise e tirata in 500 copie. L’opera, distinta in varie sezioni, comprendente nomenclatura teorica, anatomia vegetale, morfologia degli organismi, sistemografia, tassonomia, antologia e descrizione delle piante coltivate, si conclude con un’appendice che fornisce istruzioni per creare orti e giardini.

Colla osservò che la maggior parte delle opere di botanica era scritta in latino o in altre lingue straniere, rendendole di difficile consultazione per i dilettanti e i fioristi, a cui la sua opera era destinata.

Diede anche un contributo significativo alla descrizione di nuove specie esotiche coltivate nel suo orto di Rivoli, come dimostra la monografia Memoria sul genere Musa, sull’albero del banano, pubblicata nel 1822. La Biblioteca conserva un’edizione in-folio con tre tavole acquerellate, probabilmente realizzate dalla figlia Teofila, che collaborò a lungo con lui.

L’erbario Colla è oggi conservato a Torino presso l’Orto Botanico. La Biblioteca custodisce inoltre l’Archivio Colla, acquisito nel 1961, composto da 17 faldoni di lettere, carte geografiche, diplomi, appunti, fogli a stampa, sonetti e resoconti scientifici.

Un erbario

La Biblioteca storica conserva anche un erbario raccolto da A. Rapetti tra il 1930 e il 1934. È composto da 112 schede, ciascuna contenente un’erba o un fiore, montate su fogli corredati da etichette che indicano luogo, data, habitat e famiglia. La maggior parte dei campioni è stata raccolta nella Serra d'Ivrea e nei dintorni di Biella.

Lilliput e Brobdingnag in biblioteca

La Biblioteca storica Giuseppe Grosso possiede un microscopico libricino: la lettera di Galileo Galilei a Cristina di Lorena, granduchessa di Toscana, stampato a Padova nel 1897 dalla tipografia Salmin. Misura 17 millimetri di altezza per 11 di larghezza e 8 di spessore e consta di 209 pagine, con 9 righe per pagina stampate in corpo 2. Il suo peso è di soli due grammi. Vantato un tempo come il libro più piccolo del mondo, ha oggi probabilmente perso questo primato, conservando però le sue caratteristiche di piccolo capolavoro dell'arte tipografica per la qualità della stampa e la raffinatezza dei caratteri e della rilegatura.

La lettera di Galileo fa parte delle cosiddette Lettere copernicane, scritte dopo la pubblicazione del Sidereus Nuncius (1610), in cui erano riportate le osservazioni fatte con il celebre canocchiale. Si tratta di un documento importante in cui Galileo difende l'autonomia della ricerca scientifica. Fu probabilmente questa lettera, che affronta il problema dei rapporti fra scienza e fede con argomentazioni fondate sull'interpretazione del testo biblico, a scatenare l'ira degli inquisitori.

A questo minuscolo libricolo fa da contrappunto fisico un imponente volume manoscritto di 43,5 centimetri di altezza per 27,5 di larghezza e 17,5 di spessore, dal peso di quasi 4 chili. Si tratta di una raccolta di strumenti notarili: 319 dichiarazioni di proprietari di immobili della zona di Salbertrand, con dettagliate descrizioni e misurazioni, raccolte dai notai reali del Delfinato e commissari deputati Francois e Jean Francois Chalvet.

Le registrazioni sono redatte dall'8 luglio 1585 fino al 1590 in scrittura bastarda di facile lettura. Tale stile rappresenta un'evoluzione della textura: caratterizzata da un elegante corsivo, ebbe molta diffusione a partire dal XIV secolo.

Castigat ridendo mores: giornali umoristico-satirici nella Torino dell'Ottocento

La satira politico-sociale nell'Italia del diciannovesimo secolo non circolò soltanto nelle opere dei poeti, dalla Batracomiomachia del grande Leopardi ai sonetti dei non meno grandi Porta e Belli, ai versi pungenti di Giuseppe Giusti. Grazie alle Costituzioni promulgate nel 1848 fu tutto un fiorire di periodici in cui si satireggiava con gli scritti e con le "vignette". V'è in tutto ciò senza dubbio da considerare il potere comunicativo delle vignette, in un'epoca in cui l'analfabetismo in Italia coinvolgeva i due terzi della popolazione.La satira politico-sociale nell'Italia del diciannovesimo secolo non circolò soltanto nelle opere dei poeti, dalla Batracomiomachia di Giacomo Leopardi ai sonetti di Carlo Porta e Giuseppe Gioachino Belli, fino ai versi pungenti di Giuseppe Giusti. Grazie alle Costituzioni promulgate nel 1848, si assistette a un fiorire di periodici in cui si satireggiava attraverso gli scritti e le vignette. In questo contesto è fondamentale considerare il potere comunicativo delle immagini in un'epoca in cui l'analfabetismo coinvolgeva i due terzi della popolazione italiana.

Il capostipite fu Il Caffè Pedrocchi, nato a Venezia nel 1846, che tuttavia non pubblicava ancora disegni. Nel 1848 a Napoli si segnalò L'Arlecchino e a Firenze Il Lampione, diretto anche da Carlo Collodi. Sempre nel 1848 venne fondato a Milano Lo spirito folletto, al quale collaborarono grandi caricaturisti tra i quali il torinese Camillo Marietti, noto con lo pseudonimo di Camillo e considerato il più importante caricaturista personale del secolo. Marietti collaborò anche al Fischietto, periodico trisettimanale di stampo liberale e cavouriano che iniziò le pubblicazioni a Torino il 2 novembre 1848 proponendo bizzarrie d'attualità con disegni originali.

È opportuno ricordare che nel Regno di Sardegna l'Editto sulla stampa, promulgato il 26 marzo 1848 a pochi giorni di distanza dallo Statuto Albertino cui è collegato, rappresenta una pietra miliare nella storia del giornalismo italiano. Con questo atto mutò profondamente il concetto di libertà di stampa: si passò dalla censura preventiva a un controllo amministrativo che colpiva gli abusi individuati come reati dal codice penale.

Il Fischietto si proponeva di fischiare su tutte le cose ingiuste e contro i codini di ogni setta. Di orientamento cavouriano, antimazziniano e anticlericale, subì molti sequestri ed ebbe scarsa diffusione fuori dal Piemonte, pur raggiungendo le tremila copie di tiratura grazie a eccellenti disegnatori quali Casimiro Teja (Puff), Jules Plattier (Giulio), Ippolito Virginio, Icilio Pedrone, Camillo Marietti e Cesare Vienna (Francesco Redenti). Le tavole di quest'ultimo furono persino affisse sulle mura di Milano durante le Cinque Giornate. Nel 1870 il Fischietto, che continuò a uscire fino al 1916, assorbì la rivista Il Diavolo. Quest'ultima, fondata a Torino nel 1862, si caratterizzava per la bellezza grafica e le caricature di grande formato che ne decoravano la terza pagina.

Sempre nel capoluogo piemontese nel 1856 nacque il Pasquino, che prese il nome dalla statua parlante di Roma, similmente al milanese Uomo di Pietra. Al grande illustratore Casimiro Teja, che lo diresse fino alla fine della sua vita, seguirono tra gli altri Giorgio Ansaldi, Luigi Sapelli, Giovanni Manca e Enrico Gianeri. Nel 1930 la testata fu soppressa dal fascismo. Un cenno meritano anche il bisettimanale Un soldo e il trisettimanale umoristico Gianduia, uscito tra il 1862 e il 1864. Dal 1866 fu pubblicata invece la Gazeta d'Gianduja in dialetto piemontese, con dialoghi e poesie sull'attualità storica. Un carattere meno politico e più orientato al costume ebbe il settimanale La Luna, una sorta di settimana enigmistica ante litteram pubblicata negli anni Ottanta dell'Ottocento.

A Torino nacque inoltre Il Mondo illustrato, giornale universale adorno di molte incisioni intercalate nel testo e stampato dall'editore Giuseppe Pomba. Uscito tra il gennaio 1847 e il dicembre 1848, fu la prima rivista illustrata italiana e tenne a battesimo il primo Gianduja figurato. Proprio alcune tavole su Gianduja, intitolate La Via Crucis di Gianduja e stampate dalla rivista Buonumore nel 1864 dopo i sanguinosi tafferugli per lo spostamento della capitale a Firenze, costarono all'illustratore Alessandro Allis la perdita dell'impiego pubblico. Nella dodicesima stazione della sua opera, Gianduja appariva crocifisso in piazza San Carlo, trafitto dalle baionette. L'opera fu sequestrata perché tra i responsabili della Passione si potevano riconoscere personalità politiche dell'epoca quali Minghetti, Lamarmora e Ricasoli.

Copioni e spartiti: musica e teatro in biblioteca
Spartiti

Fra gli spartiti musicali conservati nella Biblioteca - 255 in tutto - accanto a musiche cameristiche, per voce e pianoforte, di genere e de salon, pezzi brillanti e arie d'epoca, trascrizioni da opere di Donizetti, Bellini, Rossini e Mercadante e canzoni popolari, troviamo una vera chicca, lo spartito del nostro inno nazionale, composto sulle parole di Goffredo Mameli da Michele Novaro nel salotto torinese di Lorenzo Valerio, in via XX Settembre, nel novembre del 1847. Si tratta della prima stampa realizzata dalla tipografia Magrini tra la fine del '47 e l'inizio del'48. Sul frontespizio si legge, all'interno di una cornice con ricchi fregi: Il canto degli Italiani/ Fratelli d'Italia - L'Italia s'è desta/ Poesia del Conte/ Mammelli/ Musica del Maestro/ M. Novaro/ Proprietà dell'Editore - Prezzo £ 2/ Torino/ Presso G. Magrini, Editore di musica, Piazza Carignano. Il numero di edizione è 1193. Manca l'ultima strofa ("Son giunchi che piegano/ le spade vendute:/ già l'Aquila d'Austria/ le penne ha perdute"), per problemi con la censura. Il prezzo non indifferente, di £ 2, induce a pensare che inizialmente la tiratura non fosse molto alta.

Questo spartito fa parte di un nucleo appartenente al Fondo Anselmi, costituito da una ventina di pezzi omogenei, quasi tutti editi dal Magrini, di forte carattere risorgimentale: accanto a Fratelli d'Italia troviamo canti e inni rivolti al re Carlo Alberto e tutti creati e stampati appunto tra il 1847 e il 1848: A Sua Maestà il re Carlo Alberto, Per le sagge riforme di S. M. Carlo Alberto, All'ottimo Re Carlo Alberto per le sagge riforme da Lui statuite, Inno a Carlo Alberto il dì 8 febbraio, le Donne Subalpine a S. M. il Re Carlo Alberto sono alcuni dei titoli.

Nel novero degli spartiti va segnalata la presenza di 29 musiche per canto con accompagnamento d'organo dovute a don Giuseppe Ponchia, un sacerdote di Montanaro Canavese scomparso nel 1987, appassionato di musica e studi storici sul Canavese, ricordato come ottimo organista.

Opera e balletto

I libretti d'opera posseduti dalla Biblioteca storica sono 53. Un numero esiguo, ma accanto ai testi di melodrammi celebri, come la Semiramide e la Linda di Chamonix di Gaetano Rossi (musicate da Rossini la prima, e da Donizetti la seconda) o la Lucia di Lammermoor (testo di Salvatore Cammarano e musica di Donizetti) e La Sonnambula (libretto di Felice Romani e note di Vincenzo Bellini) troviamo alcuni curiosi e tipici reperti d'epoca, "drammi giocosi" e balletti eroicomici-storici-allegorici che s'inscrivono in quella tradizione piemontese iniziata con il Gridellino (un color grigioazzurro pallido, tipico del barocco italiano e molto amato dalla Madama Reale Maria Cristina, al quale il politico-letterato-musicista-coreografo Filippo d'Agliè dedicò l'omonimo balletto rappresentato nel carnevale del 1653).

Qualche titolo può fungere da esempio: la Matilde Shabran ossia bellezza e cuor di ferro, melodramma giocoso da rappresentarsi nel Teatro di S.A.S. il principe di Savoja Carignano l'autunno dell'anno 1828 (testo di Jacopo Ferretti e musica di Gioachino Rossini); Le nozze de' Morlacchi, ballo eroicomico da rappresentarsi in Torino nel Teatro Carignano nella quadragesima del 1802 v.s. correndo l'anno repubblicano composto e diretto dal primo ballerino-compositore Giacomo Serafini; Il trionfo della moda, ballo brillante allegorico sportivo in 5 quadri di Luigi Danesi, musica del maestro A. Andreoli (rappresentato in Torino al Teatro Vittorio Emanuele nell'autunno del 1899); Il Conte di Montecristo, azione mimica in 5 parti e 7 scene di Giuseppe Rota, musica del maestro Paolo Giorza.
Degno di nota ci pare La fede tradita e vendicata, dramma per musica da rappresentarsi nel teatro di S.A.S. di Carignano nel carnevale dell'anno 1719. Dedicato a Madama Reale Maria Giovanna Battista di Savoja Nemours duchessa di Savoja, Prencipessa di Piemonte, Regina di Cipro, &c: la musica è di Francesco Gasparini (1668-1727), considerato uno dei migliori compositori del suo tempo, molto attivo soprattutto a Venezia e a Roma. Infine, il libretto di un curioso spettacolo: Pietro Micca: ballo storico spettacoloso in 8 quadri: composto e messo in scena al Teatro Vittorio Emanuele di Torino la stagione d'autunno 1873 dal coreografo Luigi Manzotti, con musica del maestro Giovanni Chiti. Il coreografo Manzotti (1835-1905) fu il creatore del celebre Ballo Excelsior, sulla musica di Romualdo Marenco, la cui prima si tenne alla Scala di Milano l'11 gennaio del 1881.

 

Archivio teatrale

Il teatro in piemontese modernamente inteso nacque nel 1857 con la rappresentazione della Cichin-a 'd Moncalé, riadattamento della Francesca da Rimini del Pellico, messa in scena da Giovanni Toselli (Cuneo 1819-Genova 1886), attore e capocomico, garibaldino, che del teatro dialettale piemontese fu il fondatore. Divenne popolarissimo e molti noti autori scrissero per lui: con la sua Compagnia andò in scena la prima rappresentazione delle Miserie d'Monsu Travet di Vittorio Bersezio, il 4 aprile del 1863.

Nel suo archivio teatrale la Biblioteca storica conserva 238 copioni, anche con schede manoscritte che riportano le parti separate degli attori. Si tratta di opere dei principali autori della seconda metà dell'Ottocento, ma anche di testi belle époque e primonovecenteschi, drammi e commedie ma anche atti unici, sketch, "musical", operette e vaudeville.

Passiamo rapidamente in rassegna autori e opere più significativi: di Federico Garelli (1827-1885), collaboratore del Toselli, si ricorda in particolare La felicità 'd monsu Guma, una variante del Travet rappresentata nel 1865, e La partensa d'ii contingent per l'armada, messa in scena a ridosso della seconda guerra d'indipendenza, nel 1857. Del più celebre e già nominato Vittorio Bersezio (1828-1900) troviamo Le miserie d'Monsu Travet, commedia arcinota e tradotta e rappresentata in più lingue e dialetti, e un'altra ventina di pièces, fra cui l'ultima, il Bastian contrari. Uno dei maggiori autori dell'epoca, Giovanni Zoppis (1830-1876), mise in scena bottegai e impiegatucci: La paja avsin al feu (1860) fu molto lodata dal Bersezio. Di Luigi Pietracqua, tipografo di povera famiglia, autore particolarmente prolifico ma che spesso utilizza un linguaggio italianeggiante, l'archivio della Biblioteca conserva 24 commedie: fra queste Le sponde del Po, messa in scena dal Toselli con successo, la commedia verista Sablin a bala, e un cavallo di battaglia del Toselli, El pover parroco.

Eraldo Baretti (1846-1895) è autore del grande successo I fastidi d'un grand om, messa in scena nel 1881 al Teatro Rossini dal Toselli, commedia che fu tradotta in varie lingue e dialetti e come le Miserie del Bersezio ormai entrata in repertorio: l'azione è originata dagli incidenti ed equivoci di cui rimane vittima Giacomo Ranella, un ministro in visita al borgo natio. Di Quintino Carrera (1840-1927) si conserva I pensionari 'd monsu Neirot, grande successo al Teatro Alfieri nel 1871, mentre di Mario Leoni (pseudonimo di Giacomo Albertini, 1847-1931) segnaliamo 'L Bibi, la sua opera più nota, che stigmatizza il vizio del bere, sostenuta da un linguaggio vivacemente realistico, non contaminato dall'italiano: fu rappresentata nel 1877 ed ottenne un vivo successo.
Infine segnaliamo la divertente commedia Drolerie (1881) di Fulberto Alarni (pseudonimo di Alberto Arnulfi, 1849-1888), messa in scena anche da Gipo Farassino.

Lunari, almanacchi, calendari, effemeridi

"Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi. Bisognano, signore, almanacchi?"
Per 166 anni i piemontesi hanno sfogliato l'almanacco Palmaverde, alla ricerca di anticipazioni e notizie sull'anno in arrivo, i cicli della luna, le festività, le previsioni meteorologiche, notizie storico-geografiche, mediche e agronomiche. Pubblicato ininterrottamente dal 1722 al 1888, Il Corso delle stelle osservato dal pronostico moderno. Palmaverde. Almanacco piemontese, corredato da illustrazioni e antiporta, trae il nome dalla palma impressa sul frontespizio come simbolo di pace e di gloria. Assunse perfino importanza politica in un conclamato caso di spoil-system, diremmo oggi, quando Vittorio Emanuele I si fece portare il volume del 1798 allo scopo di richiamare in servizio i funzionari che vi comparivano, in sostituzione di quelli che avevano dimostrato simpatia per il governo francese.
 

Il Palmaverde si rivolgeva a un pubblico molto vasto: era uno strumento di lavoro per il contadino interessato alle fasi lunari e alle previsioni climatiche, per il commerciante che cercava informazioni sulle fiere e sui mercati. Era ricco di notizie sui sovrani, sulla corte, sugli ecclesiastici, sull'amministrazione comunale; forniva gli orari delle poste e dei mezzi di trasporto, le tariffe delle monete, annotazioni storiche, scientifiche e letterarie.

La Biblioteca storica di Palazzo Cisterna ne possiede la raccolta completa, così come della Biblioteca oltremontana, indice dei libri stampati in Piemonte dal 1789 al 1792, e del Calendario Generale pe' i Regii Stati, pubblicato tra il 1824 e il 1881, un utile repertorio che offre un articolato panorama dell'entità e del funzionamento dei vari settori amministrativi del Regno Sardo-Piemontese.

Infine è presente un'ampia collezione dell'Almanach de Gotha, il noto almanacco genealogico delle case regnanti e delle più importanti famiglie aristocratiche europee, pubblicato dal 1763 al 1944, in anni recenti arricchito anche con dati e statistiche di tutti i paesi del mondo. Gli almanacchi, dotati inizialmente da illustrazioni e antiporta, contenevano articoli su gastronomia, scienza ed altre materie.

Arti grafiche: una pinacoteca fra i libri

 

Felice Casorati, Lorenzo Delleani, Antonio Fontanesi, Umberto Mastroianni, Enrico Paulucci… e perfino un Picasso e un Carlo Carrà. Sono questi alcuni dei nomi, fra quelli più noti, che compongono la sezione Arti grafiche della Biblioteca storica di Palazzo Cisterna.

Si tratta 375 disegni, litografie, acquaforti ed altre opere realizzate con tecniche grafiche, per la massima parte da importanti personalità dell’ambiente artistico piemontese e torinese in particolare, con una sezione sullo spartiacque fra otto e novecento ed un’altra che appartiene al periodo informale del secondo dopoguerra.

Una piccola ma preziosa pinacoteca, che accanto a nomi meno noti ma importanti per il mondo dell’arte piemontese, come i ben rappresentati Cino Bozzetti (1876-1949, leccese di nascita ma vissuto a Borgoratto), Piero Bolla (saluzzese nato nel 1933), Pier Antonio Gariazzo (torinese, 1879-1964) e Franco Garelli (1909-1936, con una serie di litografie sul soggiorno in Giappone), annovera un’antologia di firme eccellenti.

Si va da un’acquaforte di Carol Rama a 4 litografie di Felice Casorati (e alcune acquaforti+acquatinta del figlio Francesco), da una figura disegnata a penna in rosso di Enrico Colombotto Rosso, da 2 acquaforti di Delleani e Fontanesi a 3 incisioni dello scultore Umberto Mastroianni. Nella raccolta figurano inoltre, con acqueforti o xilografie, tre rappresentanti dei Sei di Torino, Paulucci, Menzio e Galante. Da segnalare anche un prova fotolitografica di Luigi Spazzapan.

Infine, due grandi artisti extraterritoriali, Carlo Carrà con un’acquaforte e il pittore e poeta Ardengo Soffici, con 2 figure in puntasecca. E ancora due celeberrimi nomi internazionali: un’acquaforte di Marc Chagall e una fotolitografia di Pablo Picasso, rappresentante un volto di donna.

La lunga storia della Provincia inizia nel Regno di Sardegna

Nella Biblioteca di Palazzo Cisterna si possono documentare le tappe dell'evoluzione storica della Provincia, come ente territoriale.
Una mostra allestita nel 2008, "Novus Ordo", ricca di materiali, esponeva quadri, mappe e giornali, libri e manoscritti, manifesti, editti, proclami e carte geografiche allo scopo di raccontare attraverso documenti storici originali come lo Stato sabaudo fosse ben strutturato e organizzato molto prima dell'unità d'Italia.

Già Vittorio Amedeo III, con una riforma nota come "Regolamento dei Pubblici" del 6 giugno 1775, stabiliva nuovi ordinamenti per l'amministrazione pubblica dei comuni, che veniva attribuita al consiglio di ogni città sotto la dipendenza dell'Intendente della provincia, così come disposto dalle costituzioni generali del 1770. Quindi Vittorio Emanuele I con le Regie Patenti del 10 novembre 1818 contemplò un'organizzazione territoriale che s'ispirava a quella dell'impero napoleonico.

Ma senza alcun dubbio il provvedimento legislativo più importante fu il decreto Rattazzi, emanato il 23 ottobre 1859, che riorganizzò la struttura amministrativa dello Stato sabaudo sul modello francese, suddividendolo in province, circondari, mandamenti e comuni.
Su questa base sarà strutturata l'organizzazione periferica del Regno d'Italia, e in questa normativa le Province trovarono il proprio fondamento legislativo.

Le prime elezioni provinciali furono indette il 15 gennaio 1860 e il 20 marzo 1865 una nuova legge riordinò la materia, ricomprendendo tutti i provvedimenti precedenti: la "Legge sull'amministrazione comunale e provinciale".

Le tappe di questa storia secolare sono in sequenza segnate dal testo unico del 1915 (governo Giolitti) che racccolse in un unico documento la sintesi evolutiva del sistema amministrativo italiano, distaccatosi dallo schema francese napoleonico, e dopo le varie vicissitudini belliche dalle leggi degli anni '90 del secolo scorso che esaltarono i temi del decentramento ammninistrativo e della sussidiarietà.

Infine la legge Delrio del 3 aprile 2014 segna il superamento delle Province, mutate in enti di secondo livello e, per dieci di esse, fra cui la Provincia di Torino, la trasformazione in Città metropolitane.

Tommaso Valperga di Masino: abate astronomo, matematico, orientalista e filosofo

Figura poliedrica del nostro Settecento (Torino, 1737-1815), Tommaso Valperga di Masino apparteneva alla nobile famiglia piemontese dei Valperga, discendente di Guiberto, fratello di Arduino marchese di Ivrea e re d'Italia.
In gioventù fu capitano delle galee del re di Sardegna, ma in seguito ad una crisi religiosa nel 1761 si trasferì a Napoli ed entrò nella congregazione dei padri filippini, divenendo professore di teologia e formandosi come erudito, letterato e filosofo. Tornato a Torino nel 1769, studiò le scienze fisiche e matematiche con Lagrange, Saluzzo e Cigna.
Frequentando il salotto culturale di Gaetano Emanuele Bava di San Paolo ritrovò l'Alfieri, che aveva conosciuto a Lisbona nel 1772: riconobbe in lui il poeta e ne divenne amico.

Poliglotta (conosceva inglese, francese, spagnolo, arabo e padroneggiava latino, greco, copto ed ebraico), insegnò lingue orientali all'università di Torino. Fino al 1805 diresse l'osservatorio astronomico di Palazzo Madama, fu socio dell'Accademia delle Scienze e di tutte le magggiori accademie europee.

La biblioteca di Palazzo Cisterna conserva le prime edizioni del trattato Della poesia (1806) e di uno scritto scientifico, Principes de philosophie pour les initiés aux mathématiques (1811).
Sulla sua figura si segnalano la biografia in latino dell'allievo Carlo Boucheron, De Thoma Valperga Calusio (Torino 1833) e l'interessante studio Le buie tracce. Intelligenza subalpina al tramonto dei Lumi, con tre lettere inedite di Tommaso Valperga di Caluso a Giambattista Bodoni, di Marco Cerruti, pubblicato nel 1988 dalla Biblioteca del Centro Studi Piemontesi.
Nel Fondo Parenti è presente la prima edizione delle Notizie di Tommaso Valperga di Caluso, opera di Cesare Saluzzo, Torino 1815.

I Sacri Monti: un'opera d'arte e devozione fra natura e architettura

"La realizzazione di un'opera di architettura e di arte sacra in un paesaggio naturale, per scopi didascalici e religiosi, ha raggiunto la sua più alta espressione nei Sacri Monti dell'Italia settentrionale e ha avuto una profonda influenza sui successivi sviluppi del fenomeno nel resto d'Europa. I Sacri Monti dell'Italia settentrionale, realizzati per ragioni religiose in un periodo critico della storia della Chiesa Cattolica, rappresentano la riuscita integrazione tra architettura e belle arti in un paesaggio di notevole bellezza"

con questa motivazione i Sacri Monti del Piemonte e della Lombardia sono stati iscritti nella lista del Patrimonio Mondiale dell'Unesco. Si tratta di nove siti, composti da gruppi di cappelle e altre architetture eretti fra il sedicesimo e il diciassettesimo secolo, integrati in un ambiente naturale e paesaggistico di grande suggestione.

In Lombardia si trovano i Sacri Monti di Varese e di Ossuccio, in Piemonte gli altri sette: Crea, Belmonte, Oropa, Varallo, Orta, Domodossola e Ghiffa.

Nella biblioteca storica di Palazzo Cisterna si può consultare una ricca documentazione sui Sacri Monti, ed anche alcuni testi rari. Fra questi segnaliamo una cinquecentina, il Trattato dell'antichissima divotione nel Sacro Monte di Crea posto nel Ducato di Monferrato, dove Iddio ad intercessione della Beata Vergine opera continuamente molti miracoli, di don Costantino Masino di Vercelli (Pavia, 1590). Sul santuario di Crea, composto da ventitre cappelle, costruite in parte tra Cinque e Seicento e in parte nell'Ottocento, si possono consultare anche i Cenni sul Santuario di Nostra Signora di Crea in Monferrato (di Maurizio Clemente, Torino 1876) o i Brevi cenni storici sull'insigne Santuario di Nostra Signora di Crea (di Giuseppe Locarni, Casale 1900).

Iniziata nel 1712, la realizzazione del Sacro Monte di Belmonte, situato sopra Valperga, fu ultimata nel secolo seguente. Il complesso comprende un santuario di origine medievale e tredici cappelle dedicate alla Passione di Cristo. Curiosità bibliografiche sono la Breve storia del Santuario di Nostra Signora di Belmonte (del frate Francesco Giuseppe Gastaldi, Roma 1904) e Il santuario di Nostra Signora di Belmonte presso Valperga. Storia. Arte. Leggenda (del Padre Francesco Maccono, Casale Monferrato 1936).

A breve distanza da Biella, in una fastosa scenografia paesaggistica a 1200 metri di quota, si erge il Sacro Monte di Oropa, che con la sua Madonna nera è considerato il più importante sito devozionale mariano della zona alpina. Eretto a partire dalla seconda decade del diciassettesimo secolo, è composto da dodici cappelle dedicate alla vita della Vergine. La biblioteca conserva un raro in-folio del 1830, Il Santuario di Nostra Signora d'Oropa, contenente 12 litografie di Enrico Gonin. Da segnalare anche i Cenni storico-artistici intorno al Santuario di N. Donna d'Oropa di Maurizio Marocco (Torino 1866), dedicato "Ai candidi e discreti Lettori".

Forse la massima eccellenza di armoniosa compenetrazione di arte e paesaggio è raggiunta dal Sacro Monte di Varallo, che sorge in Valsesia, su uno sperone di roccia a 600 metri sopra il comune di Varallo. Il complesso architettonico è composto da una basilica e quarantacinque cappelle affrescate e ornate da più di ottocento statue. La costruzione, iniziata nel quindicesimo secolo, intende riprodurre in Valsesia i luoghi santi della Palestina. Vi si possono ammirare, tra le altre, le opere di Tanzio da Varallo e di Gaudenzio Ferrari.

Fra le rarità bibliografiche consultabili in biblioteca si annovera la Nuova guida storica, religiosa ed artistica al Sacro Monte di Varallo ed alle sue adiacenze (Varallo 1857) "illustrata con disegni grafici eseguiti sugli originali" del pittore Michele Cusa. Interessante anche la Guida del Sacro Monte di Varallo, stampata a Novara nel 1874 e "illustrata di 50 nuove ed apposite incisioni". Da segnalare inoltre i saggi di Giovanni Testori su Gaudenzio Ferrari, contenuti ne  Il gran teatro montano (Feltrinelli 1965) e una chicca letteraria, il carme Il Sacro Monte di Varallo di Silvio Pellico, "con i tipi di Teresa Rachetti ved. Caligaris" (Varallo 1836). Curioso e raro è un volumetto illustrato pubblicato a Londra nel 1928, Ex Voto, a cura di Samuel Butler.

Dei restanti Monti, troviamo materiale interessante soprattutto relativo al Monte di Orta. Eretto su un'altura prospiciente il lago, è dedicato a San Francesco. La costruzione iniziò a partire dalla fine del '500 e proseguì per due secoli.
Un volume con magnifiche illustrazioni è Il Sacro Monte di Orta, a cura di Luigi Mallè (Torino 1963). Del 1770 è un libriccino stampato a Novara,Descrizione semplice e succinta delle Sagre Cappelle erette sul Monte d'Orta, mentre un regesto de Il Sacro Monte d'Orta nella storia e nell'arte, curato da Enzo Pellegrino, è stato pubblicato dal convento francescano di Orta San Giulio nel 1982.

Storia e paesaggi del Piemonte dalla penna di Modesto Paroletti

Adorna di 85 tavole litografiche tratte dal vero, il Viaggio romantico-pittorico delle province occidentali dell’antica e moderna Italia è una rarissima opera dell’avvocato Modesto Paroletti. Segretario del Governo Provvisorio a Torino negli anni 1798-99, collega di Carlo Botta al Corpo Legislativo dell’Impero tra il 1807 e il 1811 e fondatore del periodico giacobino “Il Repubblicano piemontese”, Paroletti fu una figura centrale della cultura piemontese tra fine Settecento e primo Ottocento.

L’opera uscì dalla tipografia Festa di Torino tra il 1824 e il 1832 ed è composta da un tomo in folio e da un atlante contenente le tavole. Le illustrazioni furono realizzate da un gruppo di artisti che comprende Festa, Gonin, Talucchi, Pedrone, Doyen, Nicolosino, Bigotti e altri.

L’itinerario del viaggio prende avvio dalla Savoia e attraversa la Val di Susa, il Cuneese, la Costa Azzurra e la Liguria, l’Astigiano e il Monferrato, il Vercellese, il Canavese, l’Ossola, l’area dei laghi e il Novarese. Il volume comprende anche località fino ad allora mai raffigurate, offrendo così un panorama ampio e articolato del Piemonte all’inizio dell’Ottocento, sotto il profilo storico e iconografico.

Sempre a cura del Paroletti, noto poligrafo, la Biblioteca conserva anche Turin et ses curiosités, ou description historique de tout ce que cette capitale offre de remarquable dans ses monuments, ses édifices et ses environs (1819), una guida corredata da piantine storiche della città, che ne documentano lo sviluppo dal XV secolo in poi. A questa si affianca Turin à la portée de l’Étranger (1834), guida turistica in cui l’autore ripropone le illustrazioni già pubblicate in Vues de la Ville de Turin et de ses Environs (Reycend, 1825).

Quest’ultima rara raccolta comprende sedici tavole con vedute prospettiche incise su rame da Luigi Valperga e Alessandro Rivelanti su disegni di Marco Nicolosino, raffiguranti piazze torinesi, Superga e i castelli di Rivoli, Stupinigi, Moncalieri e Racconigi. Si ricorda inoltre la Descrizione dei Santuari del Piemonte (Torino, Reycend 1822), volume illustrato con tavole colorate del Nicolosino, dedicate a trentadue santuari del Regno, allora esteso anche alla Savoia e alla Liguria, da Orta a Varallo, da Biella a Caraglio, da Avigliana a Bra, fino a Chiavari e Savona.

Arricchita da mappe e litografie è anche la Description historique de la Basilique de Superga (Torino, Reycend 1808).

Dai luoghi ai personaggi, si segnala infine l’Iconografia sabauda (Torino 1832), con litografie di Enrico Gonin raffiguranti tutti i sovrani della Casa di Savoia, dai capostipiti fino a Carlo Alberto, e I secoli della Real Casa di Savoia (Torino 1827), opera in due volumi arricchita da tavole genealogiche riccamente illustrate.

Non amo che le rose che non colsi: Guido Gozzano in biblioteca

Approssimandosi il centenario della morte di Guido Gozzano può essere interessante mettersi sulle sue tracce in Biblioteca. Qui si possono consultare alcune rare edizioni delle sue opere, come l’edizione originale de La via del rifugio (Torino, Streglio 1907), o quella pregevole de I colloqui curata da Franco Antonicelli per i tipi di Tallone nel 1970.

Ci sono anche Le poesie uscite nel 1964 da Garzanti con il bel saggio introduttivo di Eugenio Montale, che com’è noto assai apprezzava il poeta piemontese per la vena geniale manifestata nel “far cozzare l’aulico col prosastico facendo scintille”. Certo del “ciarpame /reietto, così caro alla mia Musa” (La signorina Felicita) Montale si sarà ricordato immaginando la propria Musa come un abito dismesso, che “ha ancora una manica/ e con quella dirige un suo quartetto/ di cannucce”. Muse entrambe senza dubbio figlie di quelle malate e venali di Baudelaire, con “i piedi violacei”.

In questa edizione garzantiana, come in quella completa delle Opere (a cura di Calcaterra/ De Marchi, sempre Garzanti 1949) e in quella classica successiva di Einaudi a cura di Edoardo Sanguineti (1972), sono presenti le poco note Epistole entomologiche, poemetti sulla vita delle farfalle che oscillano fra la poesia didascalica settecentesca e i brividi metafisici di un Maeterlinck.
Segnaliamo anche una curiosità, le Sessanta xilografie per Guido Gozzano di Augusto Valenti, presentate da Ernesto Caballo in un volume edito a Torino nel 1970.

Celebri penne: Vittorio Alfieri e Diodata di Saluzzo

Tragici coturni ed eroici furori, romantici paesaggi dell'anima che la natura copia. Siamo fra illuminismo e Sturm und Drang e storico-fantastica composizione dei sentimenti: in terra piemontese Vittorio Alfieri (1749-1803) e Diodata Saluzzo di Roero (1774-1840), nobildonna letterata appartenente al circolo di Ludovico di Breme.

Del grande astigiano, modello e idolo di una generazione di romantici, da Foscolo a Leopardi a Gioberti a Carducci, la Biblioteca storica conserva molte edizioni delle opere, alcune pregevoli per la loro rarità. Si va dall'edizione originale delle tragedie (Siena 1783) Agamennone, Oreste e Rosamunda a quella veneziana (1792) di Agide, Antigone, Filippo, Oreste, Sofonisba e Timoleone, alla edizione postuma completa di Bettoni (Padova 1809-11), a quella illustrata dal Gonin (Milano 1870). Sono reperibili anche le opere uscite a Firenze nel 1806 (datate Londra 1804), fra cui la "tramelogedia" Abele, in cui agiscono personaggi umani nelle parti tragiche e soprannaturali in quelle melodrammatiche, le Rime, le Satire e le Commedie (prima edizione). Nel Fondo Anselmi troviamo Vita e poesie, contenente la celebre autobiografia, le rime, le tragedie e le commedie (Mayno, Piacenza 1810-11). Interessante e rara l'edizione originale del Misogallo (Londra 1799), con il coevo, edito a Firenze, Contravveleno poetico per la pestilenza corrente (parte del Misogallo stesso). Infine, da segnalare la prima edizione del trattato Della tirannide (Torino 1800).

Diodata Saluzzo, figlia di quel Giuseppe Angelo Saluzzo di Monesiglio che nel 1758 fondò la Società Scientifica Torinese con Luigi Lagrange, appena dodicenne inizia a comporre poesie che saranno apprezzate da Foscolo, Parini, Monti, Alfieri. Allieva di Carlo Denina e Tommaso Valperga di Caluso, fu autrice del poemetto Rovine che venne elogiato da Alessandro Manzoni e fece parte dell'Accademia dell'Arcadia con il nome di Glaucilla Eurotea. Nel 1823 compose la tragedia storica Il castello di Binasco e, in morte dell'Alfieri, l'elegia Melpomene (1804). La Biblioteca storica conserva l'edizione originale del Castello di Binasco (Fondo Parenti) e la prima edizione del poema Ipazia (1827). Interessanti le Lettere, contenenti la sua corrispondenza con l'Alfieri (1876), i rari Versi usciti a Torino nel 1796 e l'edizione delle Poesie postume (aggiunte alcune lettere di illustri scrittori a lei dirette) (Torino 1843).

Napoleone Bonaparte a Torino

Il 26 giugno 1800 Napoleone Bonaparte, reduce vittorioso dalla battaglia di Marengo, giunse a Torino per istituirvi una commissione provvisoria di governo annettendo, con un decreto, il Piemonte alla Francia. La prima decisione di Napoleone fu quella di abbattere le porte e una parte cospicua dei bastioni della città, salvando solamente la Cittadella. A tutti gli effetti Torino dal 1800 al 1814 fu una città francese. Napoleone la visitò altre volte: anzi il suo primo passaggio in città risale al 1797, quando l'allora generale dell'Armée d'Italie vi transitò in viaggio verso Parigi dopo aver siglato il Trattato di Campoformio.

Nel 1805 Napoleone soggiornò a Stupinigi mentre si recava a Milano per essere incoronato Re d'Italia con la consorte Giuseppina, e infine, già imperatore dei francesi, passò per Torino nel 1807, di ritorno dalla visita alle Province Venete da poco acquisite. Fu proprio nel 1807 che firmò il decreto con il quale autorizzava la municipalità ad erigere a sue spese un nuovo ponte sul Po, in sostituzione di quello in legno e pietra risalente al 1405 e danneggiato da una piena (si tratta del ponte della Gran Madre, 5 arcate per 150 metri di lunghezza e quasi 13 di larghezza, iniziato nel 1810 e terminato nel 1813, noto come ponte Vittorio Emanuele I poiché infine da questo re fu inaugurato nel 1814).

Nella Biblioteca storica di Palazzo Cisterna si possono rintracciare molti testi e documenti che vertono sulla presenza di Napoleone a Torino: a titolo esemplificativo, si possono indicare i volumi Histoire de Bonaparte (Parigi 1805), Histoire de Napoléon et de la Grande Armée (Reycend, Torino 1831) e Napoléon devant ses contemporains (Bruxelles 1826), tutti appartenenti al Fondo Giulio. Fra le pubblicazioni moderne possiamo reperire il Napoleone in Italia 1795, 1796 e 1800, contenente la traduzione di un manoscritto che si conserva presso la Biblioteca Reale, il cui autore, Joseph François Marie de Martinel, fu ufficiale dell'esercito napoleonico durante le campagne d'Italia. Le note del Martinel sono illustrate da un disegnatore coevo, Giuseppe Pietro Bagetti.

Segnaliamo inoltre il bel volume illustrato Napoléon Bonaparte. La prèmiere campagne d'Italie, di Tranié-Carmigniani (Paris 1990) e Napoleone e il Piemonte. Capolavori ritrovati, a cura di Bruno Ciliento e Massimiliano Caldera, catalogo di una mostra tenutasi ad Alba nel 2005, in cui furono esposte opere realizzate da significativi artisti come Defendente Ferrari, Tanzio da Varallo, Bernardino Lanino, e che furono sottratte da Napoleone al territorio piemontese in successive spoliazioni.

Fra gli studi di carattere storico, si possono reperire la Torino napoleonica di Alberto Viriglio (Torino 1989, una ristampa Viglongo della prima edizione del 1905) e Napoleone in Piemonte di Mauro Minola (L'Arciere, Dronero 2007).
Infine, anche le carte parlano: c'è la Capitolazione fra le Repubblica francese e il Re di Sardegna, siglata a Milano il 28 giugno 1798, e, proveniente dal Fondo Morselli, la Campana a martel pr' i piemonteis, canzone rivoluzionaria di Edoardo Calvo stampata a Torino nello stesso anno.

Viaggi sulle Alpi fra turismo e scienza: gli svizzeri Saussure e Töppfer

Nei suoi Voyages dans les Alpes (in quattro volumi pubblicati fra il 1779 e il 1796) lo scienziato e naturalista svizzero Horace-Bénédict de Saussure (1740-1799), considerato il fondatore dell'alpinismo, narra le sue lunghe esplorazioni sui versanti francese e valdostano delle Alpi, condotte in trent'anni di viaggi e studi. Nel 1787 portò a termine l'ascensione del Monte Bianco, di cui conquistò la vetta, e negli anni successivi scalò anche il Rosa e il Cervino.

Nel corso dei suoi sette viaggi condusse approfondite osservazioni scientifiche, usando per primo il termine "geologia" e scoprendo numerosi minerali. Migliorò anche il funzionamento e sviluppò l'uso di diversi strumenti come l'igrometro, l'anemometro e l'elettrometro.
La Biblioteca storica di Palazzo Cisterna conserva fra l'altro la rara edizione in otto volumi dei Voyages (Neuchatel 1803-1796), dotata di belle cartine topografiche e orografiche.

Di Rudolf Töppfer (1799-1846), insegnante, pittore, scrittore e autore di fumetti e caricature, ginevrino, in biblioteca sono reperibili i Nouveaux voyages en zigzag (Parigi 1858 con le prefazione di Sainte-Beuve) e i Premiers voyages en zigzag (Paris 1885), questi ultimi corredati, oltre che dai disegni dell'autore, da 54 grandi incisioni di Calame, Girardet, Français, Daubigny e altri. In questa interessante serie di racconti Töppfer illustra e descrive i propri viaggi attraverso i cantoni svizzeri e il versante italiano delle Alpi, intrapresi dal 1837 al 1842.
Segnaliamo anche la presenza del Voyage à Turin, un raro album in cui si trovano riprodotti i disegni del Töppfer e un suo manoscritto litografato.

Documenti della resistenza nella Provincia di Torino

Ogni tanto il piede inciampa in un cippo o in una lapide: il territorio della nostra provincia è disseminato di segni che ancora ci parlano e ci rimandano al ricordo di coloro che si batterono e spesso morirono per la libertà di tutti. Fra questi coraggiosi si ricordano molti membri del primo Consiglio provinciale torinese che fu eccezionalmente impegnato nella Resistenza: più del 60% degli eletti presero parte alla lotta di liberazione, sia combattenti che "politici" del Cln.

Alla Biblioteca storica di Palazzo Cisterna la vedova di Valdo Fusi lasciò per testamento un corpus di libri e documenti che costituivano la biblioteca della famiglia, ora confluiti nell'omonimo Fondo. Questa raccolta consta di circa 2000 volumi, quasi esclusivamente moderni, una cinquantina di stampe, 200 unità archivistiche (lettere, cartoline, fotografie, appunti manoscritti) e centinaia di fogli quotidiani e periodici. La maggior parte delle opere riguarda la letteratura italiana e straniera, soprattutto angloamericana, l'arte e la storia locale, ma una particolare attenzione è rivolta alla storia della Resistenza partigiana e ai legami di Fusi con il Cln.
Tra le opere di Fusi ricordiamo soprattutto Fiori rossi al Martinetto, presente in diverse edizioni, in cui si narra del processo subìto nell'aprile del 1944 con altri otto membri del Cln che saranno poi fucilati al poligono del Martinetto, mentre Fusi fu assolto per insufficienza di prove.
Importanti anche le testimonianze sullo stesso Fusi, che nel corso della sua attività fra i partigiani restò gravemente ferito, raccolte da Luigi Firpo nel volume edito dal Centro Studi Piemontesi nel 1988. Fusi negli anni immediatamente successivi alla liberazione fu anche per breve tempo consigliere provinciale.

In Biblioteca sono ovviamente reperibili molti testi sulla Resistenza e la guerra partigiana in Piemonte e in provincia di Torino: accanto ai Fiori rossi di Valdo Fusi, e sullo stesso argomento, segnaliamo Camminarono sulla linea dell'onore, opuscolo edito dalla provincia di Torino nel 1964, con una prefazione dell'allora presidente Giuseppe Grosso. Sempre dal Fondo Fusi, Partigiani penne nere di Enrico Martini Mauri (Mondadori 1968), comandante delle divisioni alpine, sulle azioni condotte a Boves, Val Maudagna, Val Casotto e nelle Langhe. Una stringata ma assai articolata indagine sul fenomeno della resistenza nel territorio si trova nel n. 4 dell'aprile 1955 di Torino, rivista mensile della Città e del Piemonte, intitolata a Torino medaglia d'oro (al valor militare, concessa alla città il 1º agosto 1947).

Ancora nel Fondo Fusi, diversi i volumi dedicati a singole figure della Resistenza, come Duccio Galimberti (Duccio Galimberti e la Resistenza italiana, di Antonino Repaci, Torino 1971, e l'opuscolo Duccio Galimberti eroe nazionale nel secondo Risorgimento nel XV anniversario del suo sacrificio, 3 dicembre 1944-1959) e Renato Vuillermin (Renato Vuillermin. Testimonianza Cristiana nella Resistenza, di Lorenzo Mondo, Aosta 1968). Sul CLN segnaliamo tre volumi editi dall'Istituto storico della Resistenza in Piemonte: Il governo dei CLN: atti del convegno dei Comitati di liberazione nazionale, Torino, 9-10 ottobre 1965, di Quazza-Valiani-Volterra (1966); Viva l'Italia libera!: storia e documenti del primo Comitato militare del CLN regionale piemontese, di Giampaolo Pansa; La Resistenza in Piemonte: storia del CLN piemontese, di Mario Giovana (Feltrinelli 1962). Infine, La guerra civile in Italia: racconti, testimonianze, ricordi di Nuto Revelli [et al.] con ricordi di Revelli, Lajolo, Fusi, Vittorini, Fenoglio, Caleffi, Bertoli, Levi, Rimanelli, Gandini. A Torino e all'epoca della ricostruzione è dedicato il fascicolo I sindaci della libertà. Torino dal 1945 ad oggi (a cura di Ferruccio Borio, EDA 1980).

La ricostruzione, oltre che delle istituzioni democratiche, dovette essere anche fisica: nella sola Torino un terzo del patrimonio edilizio era distrutto, le strade dissestate, le industrie danneggiate.

Per saperne di più sulla storia della Provincia di Torino esiste la raccolta di saggi a cura di Walter Crivellin:
La Provincia di Torino, 1859-2009: studi e ricerche, ed. FrancoAngeli, Milano 2009.

Celebri penne: Giuseppe Giacosa

Colleretto Parella, borgo canavesano, dal 1953 si chiama Colleretto Giacosa: per ricordare i natali del più noto scrittore teatrale piemontese a cavallo fra otto e novecento, Giuseppe Giacosa, che appunto a Colleretto nacque nel 1847, e vi morì nel 1906.

Avvocato per studi ma uomo di lettere per vocazione, si legò presto agli “scapigliati” piemontesi: Faldella, Camerana, Tarchetti, Praga. Del tardoromanticismo medievaleggiante dell’epoca è frutto la sua più nota pièce teatrale di quegli anni, la “leggenda drammatica” scritta in versi martelliani Una partita a scacchi. In un unico atto vi si narra la nota vicenda di Jolanda e del paggio Fernando.
Solo in seguito il Giacosa approdò al dramma borghese, di carattere intimista, con i suoi celebri successi Tristi amori e Come le foglie.

Non si può dimenticarne inoltre l’attività come librettista d’opera: sua la versificazione delle trame di Illica per i melodrammi di Puccini, La Bohème, Tosca e Madama Butterfly.
Nella Biblioteca storica di Palazzo Cisterna si possono trovare le opere teatrali del Giacosa, sia in edizioni singole che in raccolte complessive; abile conferenziere, di lui sono consultabili articoli in pubblicazioni anche rare, come nella raccolta Torino edita nel 1880 che contiene un suo intervento sul Circolo degli artisti.

Raro è il volume di saggi Castelli valdostani e canavesani (Torino 1899) corredato da pregevoli litografie.

Celebri penne: Silvio Pellico

Dello scrittore, poeta e patriota piemontese Silvio Pellico (Saluzzo 1789 - Torino 1854) la Biblioteca storica di Palazzo Cisterna conserva reperti epistolari nei fondi archivistici (soprattutto Baruffi, Manno e Lettere autografe), e alcune preziose edizioni delle sue opere.

Fra queste si segnalano l'edizione originale della tragedia Francesca da Rimini (Milano 1818), corredata dalla versione in prosa del Manfred di Byron, e le due edizioni originali de Le mie prigioni , quella italiana (Torino 1832; esemplare appartenuto al marchese Carron di San Tommaso), e quella francese (Mes prisons , Parigi 1833), con lettera autografa di dedica alla marchesa Henriette de Saint-Thomas, datata 22 novembre 1832.

Altri notevoli materiali sono le Poesie inedite di Silvio Pellico (Torino 1837), con dedica autografa dell'autore al marchese Felice di San Tommaso) e un'altra edizione francese di Mes prisons (Parigi 1843), con tavole di Tony Johannot, illustratore del Don Chisciotte e dei romanzi di Balzac, George Sand, Victor Hugo, Eugène Sue e Alfred de Vigny apparsi fra il 1830 e il 1835.

Testimonianza del periodo della propria vita che Pellico, reduce dalla prigionia nello Spielberg, passò al servizio dei marchesi di Barolo come segretario e bibliotecario, sono le Memorie pubblicate (postume) a Torino nel 1864 con il titolo La marchesa Giulia di Barolo nata Colbert.

Celebri penne: Costantino Nigra

Non solo scrittore, naturalmente. Costantino Nigra (1828-1907) fu personalità poliedrica, poeta, filologo, diplomatico, politico.
Braccio destro di Cavour nella sua attività diplomatica in favore dell'unità d'Italia, quindi ambasciatore a Parigi, San Pietroburgo, Londra, Vienna, infine senatore del regno d'Italia, e nel tempo libero dai suoi impegni di lavoro e istituzionali, studioso acuto e appassionato della cultura canavesana, espressa dalla sua terra d'origine.

Opera fondamentale, filologica e poetica, furono i Canti popolari del Piemonte, che testimoniano l'accurata indagine condotta dal Nigra nella ricerca e raccolta delle antiche canzoni popolari, vera pietra miliare che eleva gli studi antropologici e dialettologici piemontesi al livello raggiunto dagli studiosi di ambito toscano.
Importante anche, per coloro che si interessano di scrittura in lingua piemontese, il capitolo dedicato alle regole ortografiche applicate per la trascrizione dei testi.

La biblioteca storica di Palazzo Cisterna conserva, oltre alle pubblicazioni in periodici fra gli anni 1858 e 1862 delle varie canzoni, da Donna Lombarda a Barun Litrum, l'edizione definitiva dei Canti popolari a cui il Nigra aveva lavorato per 35 anni, infine uscita a Torino nel 1888. Rintracciabili anche nelle collezioni della biblioteca gli studi nigriani sui dialetti della Valsoana e di Viverone, sul "basso latino curiale", e nel Fondo Parenti la prima edizione (1875) de La rassegna di Novara, poema in cui l'autore immagina che il re Carlo Alberto passi in rassegna il grande esercito dei caduti nelle battaglie per la patria.

Rarità torinesi

La Biblioteca storica conserva una messe di testi rari e spesso antichi su Torino, testi di storia, fotografie, tavole illustrate, disegni, guide ai luoghi e alle persone, tutta una topografia specifica della città e dei suoi dintorni, disponibili digitalmente su Internet Archive. In un breve excursus segnaliamo i più rilevanti.

Storia

La Historia di Torino con una succinta descrittione di tutti li Stati della Casa di Savoia (Padova, Pasquati, 1676), scritta da Giovanni Andrea Pauletti (Padova, 1641–1705), storico e archivista, è un antico manoscritto della metà del XV secolo in lingua francese che narra la storia della Casa di Savoia dalle origini fino ad Amedeo VI. L’opera consta di 115 fogli vergati in grafia semigotica su due colonne, con inchiostro rosso e nero e capilettera elegantemente decorati. L’argomento può apparire singolare, poiché lo Stato sabaudo non aveva allora particolare rilevanza, ma va ricordato che l’autore fu incarcerato nelle prigioni della Repubblica Veneta come spia al servizio di Carlo Emanuele II, cui l’opera è dedicata.

Una pianta della Cittadella di Torino e zone limitrofe è contenuta nel Ragguaglio istorico dell'assedio, difesa e liberazione di Torino del sacerdote di Favria Francesco Antonio Tarizzo, autore anche del poemetto in piemontese L’arpa dëscordà, nel quale sono narrati in quasi duemila versi gli eventi dell’assedio e della liberazione di Torino del 1706. Il Ragguaglio ne rappresenta la preziosa testimonianza in prosa.

Il Municipio torinese ai tempi della pestilenza del 1630 e della reggente Cristina di Francia duchessa di Savoia (Torino, 1869), del barone Gaudenzio Claretta (Torino, 1835–Roma, 1900), storico e appassionato ricercatore di documenti inediti, è uno dei numerosi scritti conservati nel cospicuo materiale dell’Archivio Claretta, di grande rilievo per l’araldica e la storiografia subalpina.

La Storia dell'antica Torino "Julia Augusta Taurinorum" (Torino, 1869), corredata da una pianta della Torino romana, ricostruisce le vicende della città dai tempi dei Taurini fino all’età longobarda, affrontandone aspetti architettonici, urbanistici, amministrativi e militari. L’opera riflette i vasti interessi del suo autore, l’architetto, archeologo e filologo Carlo Promis (Torino, 1808–1873), noto anche per gli studi su importanti siti archeologici, tra cui Luni e Alba Fucens, e per il progetto dell’edificio di accesso alla stazione di Porta Susa a Torino.

I lunghi festeggiamenti tenutisi a Torino per le nozze di Vittorio Emanuele di Savoia con Maria Adelaide di Asburgo-Lorena, figlia del viceré del Lombardo-Veneto, costituiscono l’oggetto del volume Le feste torinesi dell'aprile 1842, descritte dal cavaliere Luigi Cibrario (Torino, A. Fontana, 1842). Le nozze, celebrate il 12 aprile, furono accompagnate per un intero mese da balli, fuochi artificiali, tornei e dall’esposizione della Santa Sindone. La narrazione degli eventi è arricchita da numerose litografie e comprende un’Ode di Silvio Pellico e un Carme di Felice Romani, librettista di Bellini, Rossini e Donizetti, nonché direttore della Gazzetta ufficiale piemontese dal 1834 al 1849. 

Turismo d'epoca

Giuseppe Francesco Baruffi (1801-1875), monregalese, di cui la Biblioteca storica conserva un fondo archivistico, fu un appassionato cultore di scienze naturali e svolse un'intensa attività di divulgazione scientifica e modernizzazione in campo sociale ed economico. Fu autore di diari di viaggio, pubblicati col titolo di Pellegrinazioni autunnali) e di una quindicina di opuscoli editi fra il 1853 e il 1861, sotto il titolo Passeggiate nei dintorni di Torino, di cui la biblioteca possiede l'ultimo della serie.

Per i tipi dei Fratelli Reycend, nota casa editrice torinese, uscirono due interessanti guide storico-descrittive dell'avvocato Modesto Paroletti, segretario del Governo Provvisorio a Torino nel 1798-99, collega di Carlo Botta al Corpo Legislativo dell'Impero dal 1807 al 1811 e fondatore del periodico giacobino "Il Repubblicano piemontese". Si tratta di Turin et ses curiositès, ou description historique de tout ce que cette capitale offre de remarquable dans ses monumens, ses édifices et ses environs (1819), guida corredata da piantine storiche della città nel suo sviluppo dal XV secolo in poi, e Turin à la portée de l'Etranger (1834), guida turistica in cui Paroletti provvede alla ristampa delle illustrazioni contenute in Vues de la Ville de Turin et de ses Environs (Reycend, 1825), rara raccolta contenente 16 carte con vedute prospettiche incise su rame da Luigi Valperga e Alessandro Rivelanti su disegni di Marco Nicolosimo: piazze torinesi, Superga, i castelli di Rivoli, Stupinigi, Moncalieri e Racconigi.

Un guida d'epoca interessante è anche quella stampata dalla casa editrice Marietti, Dieci giorni in Torino ossia descrizione antica e moderna della città (1831), che descrive monumenti e luoghi notevoli illustrati in una serie di incisioni.
A Giovanni Giuseppe Reycend, appartenente alla quinta generazione di librai-editori immigrati in Piemonte dal Delfinato nel diciassettesimo secolo, si deve anche la stampa dell'Indicatore torinese ovvero Pianta della città di Torino con elenco alfabetico e categorico del nome, cognome, e domicilio delle persone in essa abitanti, distinte per le loro qualità di rango, impiego, professione, negozio ed arte; opera del librajo G.G. Reycend. Ornata da un'antiporta incisa su rame raffigurante la Pianta dimostrativa della Città di Torino con l'indicazione delle "isole" in cui la città era divisa, rappresenta la capofila, per l'Ottocento, delle celebri guide Marzorati-Paravia.

Mappe e vedute

Oltre che nelle già citate Vues pubblicate dai Fratelli Reycend, piazze di Torino e castelli dei dintorni sono raffigurati nelle 24 tavole stampate da Marietti nel 1836 con il titolo Monumenti e siti pittoreschi della città e contorni di Torino. I disegni sono opera di Enrico Gonin (Torino, 1799–1870), litografo torinese e fratello del pittore e litografo Francesco Gonin (Torino, 1808–1889). Enrico Gonin collaborò con Felice Festa, che nel 1824 aprì a Torino la prima azienda litografica.

Del pittore Carlo Bossoli sono conservate 13 tavole stampate nel 1854 con vedute della capitale sabauda. Bossoli (Lugano, 1815 – Torino, 1884) lavorò a lungo a Torino per la Casa Savoia, che gli commissionò, tra l’altro, 105 tempere dedicate alle guerre degli anni 1859, 1860 e 1861, tuttora esposte a Palazzo Carignano.

Di particolare interesse è il volume Turin ancien et moderne, stampato nel 1867, contenente 20 tavole fotografiche introdotte da descrizioni e commenti in lingua francese firmati, tra gli altri, da Cibrario, Bersezio, Sclopis e Baruffi. Le fotografie sono opera di Henri Le Lieure (Nantes, 1831 – Roma, 1914), che si stabilì a Torino intorno al 1860, aprendo un primo studio denominato Photographie Parisienne presso il Caffè del Giardino Pubblico e successivamente in via della Rocca, divenendo rapidamente il fotografo prediletto della corte sabauda e dell’aristocrazia piemontese.

Ultimo aggiornamento
23 Feb 2026 - 12:55