Abbazia di Novalesa
Monumento di grande rilevanza storica, l’abbazia dei SS. Pietro e Andrea di Novalesa appartiene alla Provincia di Torino, ora Città metropolitana di Torino, sin dal 1972. Dal 1973 è abitata da una piccola comunità di monaci benedettini della Congregazione Sublacense Cassinese dell’Ordine di san Benedetto, che ne custodiscono il patrimonio monumentale e mantengono vive le attività originarie, anche attraverso un laboratorio di restauro del libro antico.
Fondata nel 726 e situata in Val Cenischia, a pochi chilometri da Susa nei pressi del confine francese e del colle del Moncenisio, nel 2026 celebrerà il 1300° anniversario di vita e sarà protagonista di eventi e iniziative culturali.
Complesso Monumentale
L’area dell’Abbazia di Novalesa è composta da diverse unità monumentali di epoche e destinazioni d’uso differenti, che ce ne consegnano anche architettonicamente la lunga storia fino ai nostri giorni. L’aspetto del complesso sicuramente è molto diverso da quello della sua fondazione originaria, risalente al 30 gennaio del 726. Il nucleo centrale è formato dalla chiesa abbaziale dedicata ai Santi Pietro e Andrea, dal chiostro con porticato e dall’edificio di residenza di monaci e pellegrini. Si riconoscono diversi interventi di restauro, integrazione e modifica di questi monumenti, come le parti cinquecentesche del porticato del chiostro e gli importanti restauri del XVII secolo, che compresero la costruzione del campanile e il rifacimento della chiesa abbaziale sotto la guida di Antonio Bertola. Intorno a questo nucleo principale, ci sono poi quattro chiese di dimensioni minori, ma di grandissimo pregio sia storico che artistico, le cosiddette cappelle: a nord dell’Abbazia, appena fuori dall’ingresso principale la Cappella di Santa Maria Maddalena; a sud le Cappelle dedicate a San Salvatore, San Michele (anche conosciuta come Cappella di San Pietro), S. Eldrado (e San Nicola).
Chiesa dei SS. Pietro e Andrea
L’aspetto attuale della chiesa abbaziale risale alla ricostruzione degli anni 1709-1719: si tratta di una chiesa a navata unica che riprende la pianta dell’originaria chiesa dell’VIII secolo, alla fondazione dell’Abbazia. Successivi interventi di epoca romanica (XI secolo) e cinquecentesca avevano modificato la pianta aggiungendo le navate laterali. Di questi passaggi restano alcune tracce negli affreschi conservati internamente, rispettivamente quello dedicato alla Lapidazione di Santo Stefano e quelli Santi benedettini e Profeti.
Cappella di Santa Maria Maddalena
La Cappella, già visitabile dal 15 marzo 2025 all’interno del circuito Chiese a porte aperte, è un piccolo gioiello situato all’ingresso dell’Abbazia. Con ogni probabilità edificata in contemporanea al primo impianto dell’Abbazia stessa nell’VIII sec. d.C., come testimoniano alcuni reperti archeologici e tracce della precedente frequentazione del sito, ne abbiamo notizia nell’XI secolo dal Chronicon Novalicense. La Cappella era la chiesa di pertinenza degli edifici destinati all’accoglienza delle pellegrine e delle viaggiatrici che giungevano o sostavano a Novalesa, alle quali non era concesso oltrepassare i limiti di accesso dell’Abbazia, luogo riservato ai soli uomini.
All’interno della Cappella sono conservati due affreschi del XV secolo, che rappresentano Santa Maria Maddalena (cui si deve la dedica attuale) e Santa Maria Egizia. La prima è raffigurata con viso giovane, capelli ramati e un lungo mantello di colore rossiccio e bordi in pelliccia bianca di ermellino; ha in mano un balsamario contenente l’olio profumato e prezioso con cui tradizionalmente aveva massaggiato i piedi di Gesù Cristo, dopo averli lavati con le sue lacrime e asciugati coi suoi capelli. In questa raffigurazione notiamo la “confusione storica” che sin dal VI secolo d.C. aveva identificato la figura di Maria Maddalena, Apostola tra gli apostoli di Gesù Cristo, e la prostituta descritta dal Vangelo di Luca nell’atto di prostrarsi ai piedi di Cristo con l’olio prezioso (Luca 7, 36-50). Santa Maria Egizia è un esempio di monachesimo femminile: la santa, ex prostituta di origine egiziana vissuta nel IV secolo d.C., trova la fede e vaga in meditazione e penitenza nel deserto per 47 anni, durante i quali l’unico abito a coprirla sono i suoi lunghissimi capelli. E così la troviamo rappresentata nell’affresco della Cappella: i lunghi capelli sono di colore biondo e arrivano fino ai piedi, le mani sono giunte in preghiera, il viso assorto in meditazione, mentre come sfondo troviamo un paesaggio di montagne grigio verdi e un cielo verde e azzurro, come quelli di Novalesa.
Cappella di San Michele
Questa Cappella, conosciuta anche come Cappella di San Pietro, sembra condividere le origini antiche con la Cappella di Santa Maria e con l’intero complesso abbaziale, fondato nell’VIII secolo, ma ha subito importanti interventi edilizi successivi sulla struttura esterna, come si vede dalla facciata di epoca tardo gotica. Rimasta a lungo abbandonata e utilizzata come magazzino sin dal 1800, dal 2021 è di nuovo visitabile, dopo ampi lavori di restauro.
Cappella di San Salvatore
Forse risalente a un’epoca successiva rispetto alla fondazione dell’Abbazia, questa Cappella presenta un’abside posteriore e potrebbe essere stata costruita durante la rioccupazione del sito di Novalesa nell’XI secolo, dopo il periodo di abbandono seguito alla distruzione e al saccheggio dell’Abbazia nel corso del X secolo da parte dei Saraceni, avvenuto secondo tradizione nel 906.
Cappella di San Eldrado e San Nicola
La cappella di S. Eldrado, come quella di San Salvatore, risale all’XI secolo e riprende l’area che ospitava la sepoltura del santo Eldrado, abate di Novalesa dall’anno 814 fino alla morte nell’844, come testimoniano alcune citazioni in documenti del IX secolo. Il santo vinee celebrato il 13 marzo e le sue reliquie sono ancora conservate nella chiesa parrocchiale di Novalesa. A Eldrado viene attribuito il miracolo di aver liberato la regione di Briançon dai serpenti che la infestavano: dopo averli raccolti intorno al suo bastone, li avrebbe convinti a tornare sottoterra e a non ripresentarsi più.
La Cappella di San Eldrado ha ricevuto interventi di restauro nei secoli, come la costruzione del portico dell’ingresso, e ospita all’interno una pregevole serie di affreschi romanici, realizzati alla fine dell’XI secolo, dedicati a San Eldrado e San Nicola. In queste raffigurazioni, che ricoprono l’intera superficie muraria interna, si possono ammirare un Cristo Pantocratore in stile bizantino, nel tipico riquadro a forma di mandorla mistica, simbolo della natura divina del Cristo nascosta come in un guscio di mandorla, attorniato dagli Arcangeli Michele e Gabriele. Ai piedi del Cristo si vedono i Santi Eldrado e Nicola: al primo sono dedicate le Storie affrescate nella prima campata della cappella subito dopo l’ingresso con scene di vita del santo (per esempio, il lavoro da contadino nella sua città di origine Ambel e l’ammissione a Novalesa dopo anni di pellegrinaggio), mentre San Nicola, rappresentato in abiti episcopali, è al centro degli episodi affrescati nella seconda campata.
Nella controfacciata, di fronte al Cristo Pantocrator, si trova, infine, una scena di resurrezione dei morti alla presenza di due angeli con la tromba.
Il complesso è stato oggetto di diversi interventi importanti di restauro e conservazione, sia degli affreschi sia delle strutture, anche attraverso progetti specifici, come nel recente bando PRIMa – Prevenzione, ricerca, indagine, manutenzione, ascolto per il patrimonio culturale, promosso dalla Fondazione Compagnia di San Paolo e terminato a settembre 2025. La Città metropolitana di Torino ha scelto di utilizzare le risorse del bando per garantire una cura continuativa del complesso, introducendo piani di manutenzione programmata e superando la logica degli interventi emergenziali. Il progetto ha interessato quattro aree del complesso: la Cappella di Sant'Eldrado, la chiesa abbaziale, la Camera Stellata e gli esterni della Cappella di San Michele.
Storia
L'abbazia di Novalesa, dedicata ai Santi Pietro e Andrea, venne fondata nel 726 dal patrizio franco Abbone, come testimonia l’atto conservato all’Archivio di Stato di Torino, che è anche il documento più antico conservato nell’Archivio stesso.
Trovandosi sull'importante via di transito del colle del Moncenisio, la comunità dei monaci godeva di numerosi privilegi accordati dai sovrani carolingi, e per decenni organizzò fondamentali attività di assistenza per i pellegrini e i viandanti. Dopo essere stato abbandonato nel corso del X secolo, il monastero venne riaperto. Negli anni successivi al Mille, fu molto attivo lo scriptorium, la cui esistenza è documentata da numerosi codici conservati oggi in diverse biblioteche d’Europa (si ricorda, ad esempio il celebre Chronicon Novalicense, composto verso il 1060 da un monaco anonimo). L'abbazia sopravvisse durante i secoli successivi, per lo più soggetta alla giurisdizione di altri monasteri, ma non tornò mai più agli antichi splendori vissuti in epoca carolingia.
Dopo alterne vicende durante l'epoca napoleonica, nel 1855 la legge Siccardi abolì tutti i monasteri del Regno sabaudo. I monaci vennero espulsi, mentre gli edifici, messi all'asta, finirono per diventare un albergo per cure idroterapiche. Negli anni successivi diventarono la residenza estiva del Convitto Nazionale Umberto I di Torino.
Nel 1972 il complesso abbaziale, ormai fatiscente, venne acquistato dalla Provincia di Torino. L'abbazia venne affidata nuovamente ai monaci: una piccola comunità benedettina proveniente da S. Giorgio di Venezia vi si reinsediò nel luglio 1973. Da allora è tornata a rifiorire la vita di un tempo: le campane scandiscono di nuovo le ore di preghiera, di lavoro, di lectio divina, del servizio.
Il rapporto della Provincia di Torino, oggi Città metropolitana, con l'ordine religioso ha consentito di valorizzare l'importanza storica ed artistica del monumento e di diffondere la conoscenza dell'antichissima tradizione spirituale, culturale e sociale dell'Abbazia benedettina: la convenzione in atto è stata siglata nel giugno 2006 ed affida l'Abbazia per altri 29 anni alla Congregazione Benedettina Sublacense.
Museo Archeologico
Il 22 marzo 2009 è stato inaugurato il Museo Archeologico dell'Abbazia di Novalesa.
Le campagne di scavo e il restauro del complesso sono state occasione di ricerca e recupero ed insieme premessa per la valorizzazione del complesso. Dal 2004 sono aperte al pubblico le sale dedicate alla Storia del Monachesimo e alla Vita Monastica e al Restauro del Libro.
L'inaugurazione del Museo Archeologico dell'Abbazia ha arricchito di un ulteriore e prezioso tassello la visita del complesso. Un lungo percorso di cura della conservazione e della valorizzazione dell'Abbazia di Novalesa che la Provincia di Torino (oggi Città metropolitana) ha condotto in sinergia con la Soprintendenza per i Beni Archeologici del Piemonte e del Museo Antichità Egizie, la Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici del Piemonte e la Soprintendenza per i Beni Storici, Artistici ed Etnoantropologici del Piemonte. Le azioni di tutela e di promozione culturale sono state affiancate e supportate dalla Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici del Piemonte, dal contributo scientifico dell'Università degli Studi del Piemonte Orientale "Amedeo Avogadro", e dalla generosa collaborazione della Comunità Benedettina di Novalesa.
La gestione del Museo Archeologico dell'Abbazia di Novalesa è affidata al Centro Culturale Diocesano di Susa.
Restauro del Libro
Con il ritorno dei monaci nell'Abbazia di Novalesa nel 1973, si assiste alla fondazione di un Laboratorio di restauro del libro, considerato oggi uno dei più prestigiosi e qualificati in Italia e in Europa. Quella del restauro del libro, sia su materiale pergamenaceo che su materiale cartaceo, è oggi una delle attività più importanti e conosciute dei monaci di Novalesa.
Questa sezione del museo, provvisoriamente allestita nell'antico refettorio, una delle sale più importanti e affascinanti dell'abbazia, consente di svelare al pubblico tutti i segreti che si nascondono dietro al misterioso mondo del libro e del suo restauro.
Dai materiali utilizzati per la scrittura nel passato, che contavano oltre alla pergamena e alla carta anche il legno, la cera, la pietra e il papiro, a come venivano realizzati i fogli di carta, agli strumenti utilizzati per la scrittura, alla struttura del libro, per arrivare alle principali patologie che interessano i libri e alle tecniche di restauro, così abilmente utilizzate dai monaci.
Attualmente è ai nastri di partenza una convenzione tra l'Abbazia di Novalesa e il CCR, la Fondazione Centro per la Conservazione ed il Restauro dei Beni Culturali - La Venaria Reale per definire e mettere in atto una forma di collaborazione sul piano informativo e divulgativo ma anche sulla valorizzazione di iniziative di interventi conservativi, manutentivi e di restauro su beni culturali cartacei e librari.
Certificazione Herity
La certificazione Herity, rilasciata dall'omonimo organismo internazionale di certificazione della qualità del patrimonio culturale, che prende il proprio nome dall'unione delle due parole heritage e quality, si basa sulle visite condotte dai propri valutatori nei beni esaminati, sull'autovalutazione dei responsabili delle realtà analizzate e sull'opinione del pubblico dei visitatori. I parametri presi in esame per esprimere il giudizio sui beni valutati sono i servizi offerti, la rilevanza riconosciuta, la comunicazione e la conservazione. L'impostazione culturale di Herity considera il patrimonio culturale e storico come una risorsa strategica per lo sviluppo economico e per la comprensione reciproca fra i popoli.
L'Abbazia della Novalesa ha ricevuto il certificato di qualità Herity nel 2010; il riconoscimento internazionale è stato consegnato nel corso di una cerimonia tenutasi il 30 agosto 2010 a Novalesa, alla presenza delle Autorità locali, del Segretari generale Herity e dei rappresentanti della comunità monastica. Oltre all'architettura originale conserva un importante ciclo di affreschi e una ricca biblioteca, oltre al museo archeologico voluto e finanziato dall'allora Provincia di Torino, ora Città metropolitana di Torino, all’interno del quale trovano spazio reperti di diversa natura, dall’epoca imperiale romana a quella gotica.
Contatti
Abbazia di Novalesa, Frazione s. Pietro 4- Novalesa
Tel. 0122653210, mail: info@abbazianovalesa.org
Per visite, informazioni e prenotazioni, scrivere esclusivamente a visite@abbazianovalesa.org
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