Cittàmetropolitana di Torino

BIBLIOTECA STORICA

IL FONDO MORSELLI

Acquisito nel 2001 è costituito da una vastissima collezione di materiali in lingua piemontese, liriche, dizionari, almanacchi, testi teatrali raccolti da Erminio Morselli in oltre 20 anni. Si tratta di un migliaio di pezzi compositi (libri, manoscritti, dépliant, brochure, pezzi d'occasione) che coprono un arco temporale che va dal 1564 al 1930. La letteratura in piemontese si apre in un ventaglio di varianti territoriali, fra cui il monferrino, nel quale spicca l'interessante manoscritto del canonico e viaggiatore Giuseppe De Conti, che nel 1792 tradusse in dialetto la Gerusalemme liberata . Non è quest'opera l'unica rappresentante dell'interesse per l'epica degli autori piemontesi: troviamo infatti anche l' Eneide di P. Virgilio Maroun. Ocupassioun d'un pover vei giubilà. Liber secund , traduzione in piemontese del secondo libro dell'Eneide, pubblicata nel 1887. La fatica è del deputato della Destra Giuseppe Alasia (1820-1893), in seguito prefetto di Bari e segretario generale del Ministero della Pubblica istruzione. C'è poi un vasto repertorio di testi teatrali, almanacchi e ballate in versi, costruiti intorno alla maschera di Gianduia, ispiratrice di un'epica carnascialesca: quella delle Giandujeidi, con trama elaborata dal Giacosa, che animò quattro rappresentazioni svoltesi a Torino tra il 1868 e il 1873, più una quinta allestita nel 1893.

Spicca nel corpus dei materiali la rarissima raccolta completa (1831-1849) del Parnas Piemonteis , almanacco in prosa e in versi, "un tesoretto di ricordi casalinghi", "un compendio significativo della produzione letteraria in lingua locale" (Gasca Queirazza) di quegli anni, che però esclude volutamente l'argomento politico ma affronta la questione della lingua e della codificazione della sua grafia. Inevitabile anche la presenza delle Canzoni popolari del Nigra e delle Canzoni piemontesi del Brofferio (con la prima edizione luganese del 1839).

Anche il teatro è ben rappresentato grazie all'ampia presenza di commedie, soprattutto ottocentesche, con la prima edizione (1887) delle Miserie d'monsù Travet del Bersezio e i copioni della Compagnia Toselli, l'attore e garibaldino che fondò il teatro dialettale piemontese. Sui copioni, manoscritti, compare il marchio del capocomico e spesso è segnata la durata dello spettacolo.

Tra il 1763 e il 1838 si collocano 15 fogli e un manoscritto di rime astigiane dedicate al Palio d'Asti, del 1788 è il rarissimo Almanacco di sanità (in italiano) del medico cuneese Maurizio Pipino, che intendeva compilare una enciclopedia medica tascabile destinata a un pubblico il più possibile vasto, e in particolare a tutti coloro i quali si trovassero nella necessità di dover soccorrere e curare infermi in luoghi dove i presidi medici erano scarsi.

Interessante e molto rara è anche una raccolta di farse del commediografo astigiano Gian Giorgio Allione, attivo fra la seconda metà del XV secolo e il primo ventennio del XVI.

Non potevano naturalmente mancare le edizioni 1802-1803 delle Favole morali di Edoardo Calvo, pietra miliare della letteratura in piemontese, e varie canzoni del suo predecessore e precursore Ignazio Isler, un erudito francescano torinese vissuto in pieno Settecento, suonatore di cembalo e compositore di sapide ballate popolaresche, un cantastorie dell'epoca insomma.

Del Fondo fanno parte anche i dizionari dialettali, dal più antico, il Promptuarium piemontese-latino di Michele Vopisco pubblicato a Mondovì nel 1564, al Capello (Dictionnaire portatif piemontais-français) del 1814 allo Zalli (Disionari piemonteis/italian/latin/franseis) del 1830 al Ponza (Vocabolario piemontese-italiano) dello stesso anno, fino al fondamentale Sant'Albino (Gran dizionario piemontese-italiano) del 1859. Presente anche il Saggio sui dialetti gallo-italici di Bernardino Biondelli (Milano 1853).

Nelle disponibilità della Biblioteca si trovano peraltro, al di là dei materiali del Fondo Morselli, alcuni vocabolari in cui sono rappresentate le diverse varianti del piemontese, vercellese, acquese, alessandrino, monferrino, vogherese, valsesiano, un dizionario del dialetto di Novi Ligure e di quello valdese della Val Germanasca, una "Raccolta di vecchie parole gattinaresi" e financo un castellano-piemonteis e un gergale "Vocabolari d'la mala".

L'almanacco di Maurizio Pipino

L'almanacco di sanità per l'anno bisestile 1788, del medico Maurizio Pipino

Maurizio Pipino, medico cuneese, fu autore della prima grammatica piemontese, del primo vocabolario (quadrilingue: piemontese, francese, latino e italiano) e della prima antologia poetica (quest'ultima contenente le ventiquattro canzoni più belle del Padre Isler), editi tutti a Torino nel 1783. Morì di peste nel 1788 sull'isola di Symi (vicino a Rodi) mentre era in viaggio per raggiungere le Indie. Di Pipino si stampò da Soffietti, in Torino, a partire dal 1786, un "Almanacco di Sanità" di cui la Biblioteca storica possiede il rarissimo esemplare edito "per l'anno bistestile 1788". In questo numero Pipino tratta delle malattie dell'autunno, delle loro cause, delle possibili cure. "Questa è la stagione più malsana dell'anno" - scrive - "Le febbri quartane e intermittenti sono più lunghe a guarire; le malattie croniche tendono a peggiorare e le gente vi muore più frequentemente [...] onde nacque il nostro proverbio Al groê dle feuje: Al cader delle foglie...". Per "l'abbondanza degli umori" consiglia i salassi, per i mali causati dai funghi (pericoli stagionali), emetici e purganti.
In coda all'almanacco, una piccola antologia di rime piemontesi: in questo numero troviamo una versione nel noto poemetto L'arpa dëscordà, attribuita al sacerdote Francesco Antonio Tarizzo. Di questa composizione di carattere epico-storico, in cui si narra in quasi duemila versi dell'assedio e della liberazione di Torino nel 1706, il protagonista corale è il popolo, sia nella lingua che nella vicenda.


Edoardo Calvo

Favole morali da messer Edoardo Calvo

Nato a Torino nel 1773 e ivi morto nel 1804, per tifo contratto assistendo i suoi pazienti (era medico all'ospedale San Giovanni), Edoardo Calvo è il maggior poeta in dialetto piemontese. Giacobino, perseguitato per le sue idee, due volte esiliato in Francia, esponente della gioventù illuminista, fautore di un'Italia libera e una, autore di uno dei più robusti canti rivoluzionari italiani, Passaport dj' aristocrat, non sopportava il cesarismo napoleonico e il reazionarismo dei Savoia. Calvo è uno dei più importanti poeti satirici italiani che scrissero in dialetto, le sue Favole morali sono del 1802. Sotto le sembianze degli animali della favolistica tradizionale, traspaiono le figure storiche contro cui il poeta conduce una sarcastica e sferzante requisitoria. Nelle Sansue e 'l bòrgno (Le sanguisughe e il cieco) adombra i francesi (nelle sanguisughe) mentre succhiano il sangue a un cieco (il Piemonte), che illudendosi li ha accolti come riformatori umanitari e rischia di morire dissanguato: (...) Sta fàvola, ch'i lese 'n sghignassand, / veul dì ch'venta guardesse da coi tai / ch'a vivo për el mond an crijassand: / Balsamo e sparadrap për tuti i mai! (Questa favola, che leggete sghignazzando, / vuol dire che bisogna guardardarsi da coloro / che girano gridando per il mondo: / Balsami e cerotti miracolosi contro tutti i mali!).


Le Giandujeidi

La Gaseta d'Gianduja

Tra il 1868 e il 1872 si svolsero a Torino quattro manifestazioni in onore di Gianduja, nel periodo del Carnevale: andarono in scena lungo via Po, sottoforma di una pantomima tra rievocazione storica e invenzione, secondo una trama ideata da Giuseppe Giacosa. Si andava dal rinvenimento di Gianduia tra le foglie di un cavolo colossale nella piazza di Callianetto, con susseguente caduta in un tino pieno di barbera, alle sue imprese eroiche durante la resistenza dei cittadini di Viù contro l'invasione di Annibale. Una quinta ebbe luogo nel febbraio del 1893 e coinvolse 1500 attori in costume.
Tra le carte del Fondo Morselli l'epica di Gianduja è ben rappresentata con una svariata collezione di materiali. Troviamo ad esempio le annate complete 1866-67 de La Gazeta d'Gianduja, bisettimanale di dialoghi e poesie sull'attualità storica, con "maschere" o "tipi" in contrasto, "fotografie d'la vita turineisa", macro- e micro-notizie. Vi collaborava il Pietracqua, con racconti e poesie. Vi sono poi gli Almanacch (anno 1868 e 1870), calendari a 5 centesimi l'uno, lo spartito de La Giandujeide, canzone carnascialesca, parole di Cesare Scotta e musica di Giuseppe Stella, a 50 centesimi. E anche le famose carte che avvolgevano in forma esagonale le piatte caramelle Gianduja di varie dimensioni.


Ignazio Isler

Testament d'Giaco Tros

Padre francescano torinese, appartenente all'Ordine dei Trinitari calzati nel convento della Crocetta, Ignazio Isler (1702-1788) scrisse nel dialetto del tempo una nutrita serie di poesie e canzoni (era anche musicista e suonatore di cembalo), farse e commedie di carattere profano e popolaresco e di tono satirico. La satira è del resto una delle chiavi di volta della letteratura in piemontese, dall'antico Allione all'Isler, dal Calvo al Brofferio al Rosa. Nelle canzoni dell'Isler si affollano macchiette cittadine e campagnoli sempliciotti, tutto quel mondo un po' bambocciante che ritroviamo nelle pitture di genere dell'epoca, reso in una lingua vivida, grassa, salace, ma di penetrante appropriatezza. Molti i personaggi tipici delle sue ballate, fra cui ricordiamo Barba Giròni e Martin Potagi, Lucressia Gilofrada e le sue tre figlie e quel Giaco Tross gran bevitore che nel suo Testament raccomanda di essere sepolto in cantina. Causa della morte, l'aver bevuto una volta acqua dal pozzo invece che vino spillato dalla botte.


Gian Giorgio Allione

L'Opera Piacevole di Georgio Alione astegiano

Astigiano, cominciò a scrivere intorno al 1490 e pubblicò nel 1521 la sua Opera iocunda, comprendente alcune rime in dialetto e in francese, più una macharonata, ma soprattutto un certo numero di farse originali e irriverenti, lontane dallo spirito dell'epoca umanistica e da quella che sarà l'epopea popolare del Ruzante, ma ancora di impianto medievale, con influssi probabili del teatro francese e delle tradizioni carnascialesche. Tra le sue dieci farse, che costituiscono il primo esempio di teatro in piemontese, merita ricordare soprattutto la "Comedia de l'homo e de soi cinque sentimenti", apologo nel quale si dimostra che tutti i sensi di cui l'uomo è dotato hanno eguale importanza.


La Compagnia Toselli

Copioni della compagnia Toselli

Nel 1857 Giovanni Toselli (1819-1886), attore cuneese, garibaldino nel 1848, costituiva la sua Compagnia Drammatica Nazionale. Incoraggiato da Gustavo Modena, nella cui compagnia era attore e segretario, si dedicò al teatro dialettale. Divenne popolarissimo e per lui scrissero noti autori della scena piemontese (Garelli, Zoppis, Pietracqua, Chiaves) e molti attori anche in lingua si formarono alla sua scuola. Con la sua Compagnia andò per la prima volta in scena, il 4 aprile del 1863 al Teatro Alfieri di Torino, Le miserie 'd Monsu Travet di Vittorio Bersezio. Così l'autore descrive quell'avvenimento:
"Il bel primo giorno di quaresima si fece alla Compagnia la lettura della commedia, e poi per trenta e più giorni, con pochi riposi trammezzo, la si venne provando, nei particolari prima, poi nell'insieme, scena per scena, atto per atto, finché il direttore non fu persuaso che tutti e ciascuno erano padroni della loro parte e sapevano a menadito, fino al menomo gesto, quello che aveva da fare. Una settimana prima della Pasqua, Toselli dichiarò che la commedia era matura: quegli ultimi giorni lasciò riposare la Compagnia; rifece una gran prova il venerdì santo, e la sera del sabato si andò in scena. Le parti erano così distribuite: Monsù Travèt, Toselli; Madama Travèt, Morolin; Marianin, Morino la più giovane; Brigida, Morino la maggiore; Carlin Travèt, Clara Toselli; 'L Comendator, Ferrero; 'L Cap-Session, Milone; Giachëtta, Penna; Paolin, Vado; I due impiegati, Cavalli e Alessio. L'aspettazione era grandissima. [...]". La prima non andò bene, ma dalla seconda serata in poi la commedia fu un successo, gran parte del quale fu dovuto, scrive ancora Bersezio, "certamente alla eccellenza della esecuzione. Il Toselli, che tanto tempo e tante cure aveva impiegato nello studiare e fare studiare alla Compagnia la commedia, riavutosi subito al successo della seconda sera dallo scoraggiamento che gli aveva prodotto il mal esito della prima, seguitò a mettere in quella parte tutto il meglio del suo ingegno, migliorando sempre, aggiungendo sempre nuove tinte, nuove linee a quel colorito, a quel disegno, che vi davano non più una immagine, ma una persona reale, abbellita dalla luce dell'arte. Fra quanti sostennero quel personaggio, nessuno giunse ad uguagliare il Toselli, nessuno incarnò con tanta evidenza, con sì giusto indovinamento l'essere fantastico che per tanti giorni aveva occupato la mente dell'autore".
Toselli infine, al culmine dei suoi successi, volendo dimostrare il suo attaccamento alla città di Cuneo, vi costruì a sue spese un teatro che verrà chiamato "Teatro d'Estate", inaugurato il 14 luglio 1874 e attivo soprattutto nei mesi estivi con spettacoli popolari. Ma, dopo un periodo di successi, la struttura, gravata da passivi, dovette essere ceduta da Toselli al Comune (per 35.000 lire), e dopo la morte del capocomico prese il nome di "Teatro Toselli".


La Gerusalemme liberata in dialetto monferrino

La Gerusalemme liberata in dialetto monferrino

In una rassegna bibliografica condotta nel 1966 da Alessandro Tortoreto, risultano censite una quindicina di traduzioni, in vari dialetti italiani, della Gerusalemme liberata. L'estensione cronologica va dal 1628 (bolognese antico) al 1948 (sardo), e comprende anche il manoscritto inedito del canonico Giuseppe De Conti, vicario della Diocesi di Casale, vissuto tra la fine del XVIII e l'inizio del XIX secolo (morì nel 1819). L'opera, dedicata al marchese Francesco Grisella, è una traduzione integrale del poema tassiano in dialetto monferrino. L'autore, membro con lo pseudonimo de Il Guidante dell'Accademia degli Unanimi di Torino, era una singolare figura di studioso con interessi storici, che ci lasciò anche interessanti studi come il Ritratto della città di Casale (1794, manoscritto in folio) e perfino un libretto d'opera, anche questo in dialetto monferrino, La difesa di sei terre del Monferrato nella fuga del Duca di Mantova (1780). Nel 1774, in occasione del Giubileo dell'anno seguente, partì per Roma in compagnia di un amico e collega e di un servitore: di questo viaggio, con molte tappe e deviazioni, fra cui Napoli e Venezia, il De Conti scrisse un diario, un mosaico di riflessioni e testimonianze sull'Italia dell'epoca, pubblicato nel 2007 da Interlinea. La Gerusalemme tradotta dal De Conti risale al 1792 e consta di 427 pagine. L'autore provvide a sostituire il tono epico e patetico del Tasso con un linguaggio popolaresco, ma non volgare, utilizzando per le similitudini ambientazioni casalesi e tentando di rivendicare l'ascendenza autoctona di taluni personaggi, come Tnacredi, qualificato "della prosapia degli antichi Alerami, marchesi del Monferrato" (e monferrinizzando così i Crociati al suo seguito). Il tono popolaresco della traduzione si può notare fin dalla prima strofa, in cui Goffredo di Buglione viene fatt Cap d'l'armada anss i doi pè. Numerosi sono poi i riferimenti alla vita casalese del tempo, come nella tredicesima strofa la descrizione dell'arcangelo Gabriele che in volo era pù alger d'un balon volant: immagine che si richiama alla prima mongolfiera levatasi a Casale nel 1783 davanti ad un pubblico ammirato e sbalordito.